Il Tirreno

Chi era Cavallo Pazzo usi, costumi e segreti dei nativi d’America

Chi era Cavallo Pazzo usi, costumi e segreti dei nativi d’America

S’inaugura oggi la rassegna della Fondazione Geiger Tanti cimeli tra cui uno autografato da Toro Seduto

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CECINA. Prosegue il viaggio della Fondazione Geiger alla scoperta dei popoli che hanno vissuto in armonia con la natura. Questo modello di pacifica convivenza ed equilibrio del pianeta anima le ultime iniziative dell'istituzione culturale presieduta da Roberto Ferri. “Riprendiamo il filo della mostra sui popoli del freddo per dare un messaggio di salvaguardia dell'ambiente – afferma - favorendo la conoscenza di gruppi etnici e minoranze attraverso la valorizzazione delle loro culture”. La mostra “Nativi. Sulle tracce dei popoli delle grandi pianure” che apre oggi alle ore 17 nella sede di piazza Guerrazzi offre uno spaccato della civiltà degli indiani d'America, un popolo ammirato per il senso di dignità e comunione con la natura, sterminato dall'invasione europea nell'Ottocento ma tramandato in racconti e leggende che hanno ispirato anche il cinema. Guida eccezionale in questo viaggio tra le grandi pianure del centro America è “Cavallo pazzo”, il celebre capo Lakota uscito dalla penna di Stefano Casini, famoso disegnatore che vive a Cecina. Al piano terra una grande raccolta di oggetti, suppellettili e costumi (prestati da privati e dal Museo Nonam di Zurigo) evoca la vita dei nativi d'America. I temibili coltelli col fodero colorato di perline, le asce e i celebri copricapi piumati, le frecce e l'arco, le casacche da guerra e i mocassini, una tenda e il suo interno evocano la vita della prateria, la caccia e il combattimento per gli uomini, la quotidianità di donne e bambini. Ci sono gli strumenti per la danza del sole, un rito di iniziazione crudele (illustrato nel film “Un uomo chiamato cavallo”) che riproduce la nascita e segna l'ingresso nella tribù. E anche dei cimeli come i cucchiai d'osso, tra i quali uno autografato da Toro Seduto. Vengono dai tour in Occidente in cui gli indiani erano mostrati come animali da circo. La cultura occidentale ha infatti tramandato l'epopea dei conquistatori contro i selvaggi, magnificando le gesta di eroi come il generale Custer. I fucili e le armi – tra cui la pistola del fratello di Custer – al primo piano illustrano lo sterminio di uomini e animali (i bisonti da 60-70 milioni furono ridotti a 541 nel giro di cento anni), che ha portato alla cancellazione sistematica della civiltà dei nativi e alla segregazione dei sopravvissuti nelle riserve, come ricorda il film “Balla coi lupi” di cui sono esposti alcuni costumi. Una commovente galleria di ritratti di capi indiani, con gli occhi vuoti dell'orizzonte della prateria, chiude la mostra curata da Alessandro Schiavetti, come un monito contro ogni guerra di civiltà. La mostra è aperta fino al 14 febbraio, tutti i giorni ore 16-20, ingresso libero.

Federica Lessi

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di Redazione web