Il Tirreno

Silos Solvay, progetto da 11 milioni

di Paolo Federighi
Il silos Solvay progettato da Pierluigi Nervi a San Vincenzo
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Il silos Solvay progettato da Pierluigi Nervi a San Vincenzo

San Vincenzo, lo studio per la riqualificazione del manufatto di fine anni '20 progettato da Pierluigi Nervi al centro di una tesi di laurea

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SAN VINCENZO. Un’area di 20.000 metri quadrati, contenente una struttura di circa 195 metri di lunghezza, 11 di larghezza e 16 d’altezza. E Lorenzo Bianchi, sanvincenzino di 29 anni, per recuperarla le ha pensate tutte. È il silos di Pierluigi Nervi, manufatto di fine anni ‘20 di proprietà Solvay.

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Un tesoro dell’archeologia industriale nel mondo, la cui parte in acciaio fu progettata da Ceretti e Tanfani, autori della prima teleferica in Italia e della prima funivia a cavalletti intermedi al mondo. L’idea base del progetto di Bianchi è chiara: la struttura originaria non si tocca. Il progetto lo ha presentato e discusso recentemente come tesi di laurea in ingegneria edile-urbanistica all’Università di Pisa. Progetto fattibile? Sì, e di eccellenza, secondo i docenti che lo hanno premiato con 110 e lode.

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La fase zero. La fase zero del progetto prevede sistemazione del parco e il ripristino della struttura originaria (restauro e risanamento conservativo) con rimozione di parti marginali. Una sorta di “meccano”: volumi aggiunti, montabili e implementabili secondo le esigenze, uno spazio versatile di elementi modulari in policarbonato, vetro, alluminio e soprattutto legno. Tre gli elementi principali ricavati nella struttura: work hub, food hub e culture hub. Spazi per lavoro, cibo e cultura.

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Gli spazi tematici. Nel culture hub si trovano laboratori artigianali e multimediali, bookshop, percorso museale open air, galleria tematica, ecomuseo con reception, ludoteca e spazi espostivi temporanei. Nel food hub, un lounge bar a forma di vagone ferroviario e un cluster enogastronomico con stand che s’incastrano nelle travi reticolari che sorreggono la copertura. Il work hub è caratterizzato da volumi componibili, inseriti nella pilastrata di base, per ospitare start-up; nella tramoggia, un piccolo auditorium e una sala polifunzionale e, al 1º piano, un’area per il coworking inframezzata da sale tematiche.

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Le torri. Ai lati di ogni hub, torri funzionali con scale, ascensori, locali e cavedi tecnici. Ogni torre conduce poi a una terrazza panoramica. Sulla copertura della struttura, rivestita in alluminio, un impianto fotovoltaico orientabile di 525 metri quadrati e due torri microeoliche capaci di rendere il complesso energeticamente autosufficiente. Intorno, il parco industriale con parcheggio scambiatore da 90 posti, passerella di attraversamento del tronco ferroviario proveniente da San Carlo e sottopasso di collegamento col centro urbano. Poi percorsi ciclopedonali, servizi bike-sharing, arredo urbano in acciaio e legno, con sdraie e box scorrevoli sui binari dismessi, un centro amministrativo e un locale tecnico.

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Dal progetto ai costi. Il progetto è supportato da uno studio di fattibilità con piano economico-finanziario di commistione tra pubblico e privato nello schema del project financing. Costi totali: meno di 11 milioni di euro. Stime: per il recupero della struttura originaria 1,8 milioni di euro, per i nuovi interventi preliminari 3 milioni, per la realizzazione del parco industriale 1,4 milioni, per i singoli hub tra 1,2 e 1,7 milioni. L’investimento iniziale è di poco più di 6 milioni per recupero della struttura, interventi preliminari e realizzazione del parco industriale. Per ammortizzarlo, Bianchi ha ipotizzato il ricorso a un finanziamento a fondo perduto pari al 50% del totale, ipotesi ritenuta plausibile (il bene è vincolato dalla Soprintendenza).

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La realizzazione degli hub avverrebbe in modo graduale, con autofinanziamento frutto della gestione dell’area, con un pareggio tra costi e ricavi dopo 16 anni e utili dopo 25 anni per oltre 6 milioni. Nello schema di progetto il Comune, una volta acquisita gratuitamente l’area dalla Solvay – con cui ha un contenzioso in corso –, dovrebbe trovare finanziamenti a fondo perduto e indire un bando per la progettazione esecutiva e la gestione dell’area per 25 anni, al termine dei quali essa diverrebbe di proprietà dell’ente.

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