Il Tirreno

Una vita per la scuola addio al professore Adorno Marzi

di Carlo Rotelli
Una vita per la scuola addio al professore Adorno Marzi

Ha insegnato storia e filosofia a generazioni di ragazzi Celebre nelle sue interrogazioni la verifica delle date

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CECINA. «Ma perché, Adorno, ti sottoponi a questa tortura del caldo, del treno, per partecipare a questi esami di maturità a Firenze, quando potresti ormai in pensione startene a casa e sorridere di noi che non ci possiamo sottrarre a questa pena?». Eravamo alle due del pomeriggio, rammento, sul treno che dal capoluogo ci riportava a casa, in un bagno di sudore dopo una mattinata infernale trascorsa in un liceo fiorentino in pieno luglio in assistenza alle prove scritte. L’inizio di un calvario di ritorno su un treno uso tradotta, sfiniti dal caldo e dalla noia. Ma il professor Marzi alla mia domanda provocatoria non si scompose e con la sua voce sottile e cadenzata replicò: «Ma vedi da quando sono in pensione a me non piace né darmi da fare in giardino, né mi interessa scoprire una vocazione bucolica che mai ho avuto, tanto meno potrei sentire il richiamo della caccia, tutte cose in cui vedo volgersi tanti miei conoscenti e amici della mia età. A me, vedi, piace insegnare: questo è il mio vero divertimento. Dunque mi sottopongo anche a questo sacrificio pur di riassaporare il ruolo dell’insegnante». E così mi lasciò di stucco.

D’altra parte lo sapevo. Marzi era uomo di cattedra. Né lui poteva vedersi in una ruolo diverso da quello del docente che entra in classe, siede in cattedra, spiega ed interroga dando del lei agli studenti. Pretendendo così serietà e rispetto da parte dei giovani. Traeva così una soddisfazione profonda dall’esercizio di una professione nella quale riteneva che uno dei momenti più importanti fosse quello della verifica delle nozioni acquisite. Gli studenti lo sapevano. Le interrogazioni di storia del professor Marzi erano divenute mitiche, soprattutto quando lo studente veniva controllato sulla acquisizione delle date più importanti nei percorsi storici. Si raccontavano aneddoti più disparati su quei momenti.

In effetti Adorno era una di quelle persone cresciute nell’attività di insegnante liceale nel dopoguerra e che dopo quella tragedia avevano visto nella scuola un mezzo di riscatto, uno strumento basilare per la preparazione delle nuove generazioni. «Tu capisci – mi diceva, quando vedeva che non sempre i colleghi più giovani si dannavano l’anima per la professione – che per noi, sopravvissuti a quella tragedia, ricominciare dalla scuola è stato come uscire dall’inferno per respirare l’aria di una rinnovata speranza». Sapevo che in guerra Adorno aveva dovuto affrontare prove durissime in un campo di concentramento tedesco per ufficiali e sottufficiali italiani dopo l’8 settembre del ‘43. Ma lui non ne parlava volentieri e nemmeno partecipava alle commemorazioni ufficiali di quel periodo. Solo una volta si lasciò andare a raccontare un episodio di quella vicenda.

«Schierati davanti al comandante teutonico del campo – mi diceva – il traduttore dal tedesco proclamava che partecipando ai combattimenti con i camerati germanici avremmo riscattato quello che lui denunciava come il tradimento del re italiano. Noi, tutti quanti, senza che ci fossimo trovati d’accordo prima, gridammo a gran voce: Viva il re! Il comandante allora ordinò la decimazione e solo chi traduceva lo dissuase proponendo che per loro sarebbe stato più utile farci lavorare duramente. E così fu. Ma in pochi ci salvammo da quei lavori senza un minimo di alimentazione». E così dopo simili peripezie una volta iniziata la carriera dell’insegnante è proprio al liceo Fermi che Marzi ha lasciato un’impronta netta nella memoria di varie generazioni di studenti, anche come vicario e come incaricato alla presidenza della scuola.

Talvolta partecipava alle gite scolastiche e anche in quelle circostanze pretendeva comportamenti a cui non sempre gli studenti più vivaci si attenevano. In una notte in un albergo ravennate studenti e studentesse facevano rumorosamente pigiama party passando da una camera a un’altra tra schiamazzi, risate e gridi. Ecco che mentre mi precipito a intimare nel corridoio di smettere compare Marzi in pigiama, in pantaloncini corti, a invocare anche lui silenzio. Solo che gli studenti usciti dalle loro camere e trovarselo in short e non riuscire a trattenere le risa fu immediato. Anch’io sorrisi e, rientrati gli studenti nelle camere, Marzi a me: «Ora ti ci metti anche a te a ridere. Controlla piuttosto meglio questi scavezzacolli!». «D’accordo, Adorno. Ma dove mai hai trovato quei pantaloncini verde pisello?». Marzi non rispose, ma mi parve che un lieve sorriso increspasse le sue labbra. Perché gli studenti non lo sapevano, ma Adorno Marzi tra le sue doti che non rivelava facilmente aveva anche il dono dell’umorismo.

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