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Re della strada, il valore del gioco

Re della strada, il valore del gioco

Il torneo riservato ai bambini taglia il traguardo della 5ª edizione

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SAN VINCENZO. «Eh no, da terra ‘un si pò, dé, 'un vale». «Sì sì, si pòle, è gò». È gol. C’è poco da fare. «Dé, ma lui ha fatto la scena, s’è buttato e c’ha fatto fermà, poi ha tirato, dé». Allora, facciamo chiarezza per non creare polemiche inutili: quest’anno, al Re della strada, torneo di calcio che si svolge per il quinto anno in un’afosa serata di fine estate in una strada vicina a piazza Giovanni XXIII a San Vincenzo, su cui viene creato un campo di una ventina di metri di lunghezza per quattro o cinque di larghezza, delimitato dai muretti delle case, e al quale partecipano ragazzi dai 9 ai 13 anni d’età, il gol “di spondina” vale. E zitti. Si può protestare, si può essere in disaccordo, ma la regola è uguale per tutti: il gol di spondina vale, quindi se tiri e la palla prende il muro e poi finisce in rete, è gol.

E il gol da terra di Diego vale o no? Sì, vale anche da terra. Ora è tutto chiaro. Le squadre sono arrivate alla semifinale. «Ma vai, Cigno, vai, t’hanno detto che era fallo e te hai fischiato, dé. E sei ganzo, vai». La protesta di Samuel è veemente. Ma Francesco detto Cigno è l’arbitro e ha detto che è fallo. Fallo è quando arbitro fischia, diceva il saggio Boskov. E poi c’è da dirla tutta: Cigno non ha potuto partecipare al Re della strada perché ha fatto il vaccino e non sta bene. Lasciamolo stare.

«Seee, vieni Messi! Tira ammodino, vai!». «Dé, ‘un lo volevo mi’a fa, m’è scappato il pallone». Succede. Lorenzo Ferrari, il gran capo e ideatore del torneo insieme al figlio Tommaso, tuona: «Manca un minuto». E ogni volta che la gara si fa serrata e combattuta, succedono in serie le seguenti casualità che tali ormai non sono. Passa la signora che deve attraversare il campo per andare a buttare la spazzatura e la partita si ferma, giustamente. Oppure il pallone, spesso calciato da Pupo, un vero marcantonio, finisce oltre i cancelli delle case o nei giardini privati, dove i divertiti padroni son pronti a ributtare il pallone in campo. La palla, calciata forte (spesso da Pupo, un vero marcantonio), finisce nella strada e poi nel parco vicino. Ma anche che sul lato sud, la palla, calciata fortissima (spesso da Pupo, un vero marcantonio) si perde in profondità fin quasi a lambire il parcheggio che da qua sembra lontano un chilometro.

Intanto, il piccolo Mattia, 9 anni, ha preso un calcio alla caviglia e soffre: per lui ghiaccio e l’aiuto dei compagni e degli avversari. Il suo compagno Alessandro, storico vincitore di tutte le edizioni, forse quest’anno non ce la farà a ripetersi per l’ennesima volta, per il grande dispiacere degli avversari. «Oh, andiamo, si beve un po’ di Coca»: breve pausa e via al tavolino preparato da mamma Ferrari e imbandito di dolci, dolcetti, salati, bibite e di tutto un po’.

In finale arriva la squadra di Pupo e quella di Diego, altro eroe di casa secondo nella classifica cannonieri: «Diego, se vòi cambià sport, siamo sempre in tempo», gli dicono babbo e mamma ridendo. E si arriva ai rigori: gli spettatori fremono e i giocatori eliminati, assiepati sul muretto, fanno il tifo un po’ per l’uno e un po’ per l’altro.

Ultimo rigore. Lo tira Pupo. Gol. Vittoria. Tutti felici ad abbracciarlo. La festa è al culmine. Premiazioni con il tavolo e le coppe sopra, consegnate ai vincitori dalle vallette, tutte tra i 6 e i 10 anni d’età circa. E ora? La coppa è una per due giocatori.

Le squadre premiate sono le prime quattro classificate. Una sorta di breve mezzogiorno di fuoco si staglia negli sguardi dei compagni: chi prenderà la coppa? Ma gliela darò quando torna? Sarà vero che si tiene un po’ per uno? Intanto la prendo io – pensano tutti –, poi si vedrà. «Oh, te la do quando torni, va bene?». «Sì sì, va bene – risponde con la contentezza del dolce Remì dei cartoni il compagno, per non far vedere di essere attaccato al trofeo –, pigliala te, poi me la darai». «Sì, sì», dice il compagno con la coppa, evitando di aggiungere che gliela darà ma nei denti. E ce ne andiamo felici, come eravamo noi tanti anni fa, quando non esistevano cellulari e diavolerie varie. Perché è bene chiarirlo: il ragazzino può perdere il cellulare o l’I-pad, ma il sorriso si perde se si perde il pallone. Perché i bimbi e i ragazzini, e anche noi adulti, il pallone non lo dobbiamo e non lo possiamo perdere. Mai.

Paolo Federighi

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