Italia
«Mai tradita la fiducia di chi mi ha scelto»
L’ex sindaco e la Cassazione dopo 9 anni «Non voglio rivalse, ma quanto accanimento»
ROSIGNANO. Il purgatorio è finito. Anche se ci sono voluti quasi nove anni. Nove anni che - racconterà qui di seguito - ne hanno segnato profondamente la vita pubblica e privata, condizionandone inevitabilmente aspirazioni e progetti, allontanandolo dalla politica attiva iniziata da giovane con l'Azione Cattolica e maturata poi nella sinistra: Alessandro Nenci, 68 anni compiuti, da Roccastrada, professore di Matematica e Fisica, fondatore della Rosignano Energia Ambiente, ex assessore con Gianfranco Simoncini, ex sindaco, ex militante del Pci prima fino al Pd di oggi, è un uomo sereno. Non ha sentimenti di rivincita o di rivalsa, dice di non nutrire rancori particolari, rivive quella che definisce "una vicenda dolorosa" con pacatezza, col desiderio di mettersi alle spalle un'inchiesta che l'ha travolto, sia pur non da solo. E che adesso è definitivamente archiviata, dopo tre gradi di giudizio, dopo che la Cassazione martedì sera ha pronunciato la parola fine rigettando il ricorso della Procura Generale della Corte d'Appello. Alessandro Nenci non è né un corrotto né un corruttore, né ha mai abusato della propria posizione di amministratore per favorire amici o parenti. Non è il beneficiario di una tangente per cambiare le carte in tavola dell'urbanistica di Rosignano. Lo scrivono le sentenze, lo conferma la Corte romana.
Lo incontriamo di buona mattina al Caffè Ginori di Castiglioncello. Disteso. Sollevato. «Anche se non ho mai avuto dubbi, sono sempre stato sereno perché sapevo di non aver commesso niente di quanto ero accusato».
Cosa resta, Nenci, di tutta questa storia?
«E' stata una vicenda molto difficile perché nasceva da un'accusa infondata e che ha segnato nove anni della mia vita privata pubblica. Una vicenda dolorosa perché ha coinvolto anche la mia famiglia, gli affetti più cari. Però c'è una cosa che ancora oggi mi premeva dire più di tutte. In questi anni mi sono portato dentro un peso. Quello cioè di aver tradito la fiducia di chi mi ha votato, di quel 60% di cittadini che mi hanno scelto e anche della comunità rosignanese più in generale. Io questa fiducia non l'ho mai tradita, ho sempre operato con correttezza e linearità e le sentenze di assoluzione di questi anni lo confermano».
Lei ha sempre respinto ogni accusa, tanto che è rimasto sindaco nonostante il suo partito le chiedesse un passo indietro. C'è qualcosa, tuttavia, che si rimprovera. Qualche errore che si sente di aver commesso?
«Guardi, errori se ne fanno. Soprattutto chi deve amministrare. Io dico sempre che non ci sono decisioni giuste o sbagliate, ci sono conseguenze. Ma io ho sempre deciso per il bene della collettività. Certo, mi rimprovero tutte le sere qualcosa. Uno dei miei limiti come sindaco è quello di essere arrivato a questa esperienza da amministratore di un’azienda, mentre l’amministrazione comunale ha delle proprie regole. Posso aver commesso errori di sottovalutazione nei rapporti coi dirigenti o con gli enti. Ma sulle scelte, come sui criteri di urbanizzazione, ho sempre preso decisioni collegiali, di giunta».
Perchè non si è dimesso?
«Me lo hanno chiesto. Mi dicevano, nel partito, che dimettendomi mi sarei difeso meglio. Una sciocchezza. Per me dimettermi sarebbe stata un’ammissione di colpa. Io sapevo di non avere colpe. E non l’ho fatto»
Però ci sono voluti otto anni di inchieste e processi...
«C’è stato un accanimento abbastanza inspiegabile. Ma oggi, le confesso, non ho desideri di rivincita o rivalsa»
La vicenda di quei colpi di pistola contro la sua auto però è stata un episodio inquietante...
«E io, ancora oggi, non so chi mi ha sparato. Ma se questo atto era mirato ad impaurire il sindaco e a voler cambiare decisioni prese, chi l’ha compiuto non ha fatto i conti con lo spessore democratico della comunità rosignanese, dei cittadini, che sanno reagire e denunciare. Delle associazioni, dei partiti. Questi episodi possono fare breccia in altre parti del Paese. Non da noi. Però non è questo che, alla fine, mi ha pesato»
E cosa allora?
«Il non aver potuto portare a termine una parte del programma, l’aver rallentato l’attività amministrativa, il non essermi potuto presentare per un secondo mandato».
Chi l’ha chiamata per esprimerle vicinanza?
«Pochi amici»
E nel partito?
«Tre, quattro persone mi sono state vicine. Il resto, lasciamo perdere....»
E’ ancora un iscritto?
«No, non ho più preso la tessera. Seguo la vita amministrativa e politica. Da cittadino. Va bene così»
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