Proteste
Le 100 voci diverse di Patchworld
San Vincenzo, la Tribù vocale si è aggiudicata il prestigioso premio CoroPiù
SAN VINCENZO. Pam, pam, pam, pam, pam. Le mani battono sul parquet. Due, dieci, cento mani. E anche di più. Nella palestra Rodari sembra accadere un terremoto. Prima scosse lente. Poi veloci. E alla fine un grido. Unico. Dieci, trenta, cento voci. Lei è lì, a condurre il rito, a far scuotere il pavimento e l’anima. Le gradinate sono colme. I cellulari sono tutti ben puntati verso il campo. La sanvincenzina Sabina Manetti guida ancora la danza ancestrale a piedi nudi, facendo segni ai tanti bambini e ragazzi di elementari e medie. “100 voci diverse, 100 raggi di un solo sole” è il nome del progetto. Le danze prendono voce e cambiano pronuncia e significati: castigliano, cinese, lingue dell’Africa e del resto del mondo. Poi, rito ribelle ma coordinato, alcune ragazzine della quinta elementare improvvisano un ritmo usando il loro corpo e le loro voci: un fantastico ritmo, un’ovazione di tutti i presenti.
Sabina Manetti sfida l’ignoranza e scuote la coscienza con la musica della tradizione, di mamma Africa e degli altri continenti. Sfida tutto e tutti col ritmo e la melodia del linguaggio universale. Sfida tutti proponendo sapere, conoscenza, radici comuni. «Un progetto di canto corale e sensibilizzazione all’intercultura – afferma Manetti –, con obiettivi artistici ma soprattutto sociali. Abbiamo usato le circle songs ispirate ad Africa, India, Americhe. La “circle song” è un genere musicale corale lanciato da Bobby Mc Ferrin negli anni ‘90. Un modo di cantare circolare, appunto: ogni sezione del coro ripete una cellula ritmica o melodica. Su questo tappeto o paesaggio sonoro, il direttore può chiamare gli artisti ad esprimersi in un solo vocale». Che aggiunge: «Un genere che aiuta a rompere le barriere temporali, geografiche, razziali, generazionali, linguistiche, affidandosi all’emisfero destro, quello emozionale, creativo, non giudicante e accogliente. È un lavoro di consapevolezza sul corpo e le sue possibilità di espressione musicale e di movimento in sintonia coreografica e ritmica col canto. Una circle song dei nativi etruschi, poi canti di Romania, Marocco, Colombia, Messico, Cina, India, Cuba, Afrcia Occidentale, tutti Paesi e zone d’origine di vari alunni di elementari e medie. Poi Mamadyo, meraviglioso canto del Senegal, Imagine di John Lennon, i canti Maori della Nuova Zelanda. È fondamentale in un momento in cui si respira tensione razzista con inaspriti conflitti ideologici e sentimenti d'odio e paura. Ringrazio vivamente la preside Daniele Toninelli, i docenti, la mia Tribù vocale Patchworld e il mio compagno per il sostegno».
Sabina Manetti è lì. È lì da tantissimi anni ad urlare con voce dolce ed educata una realtà diversa. Nel 2000 fonda la Tribù Vocale Patchworld: melodie e ritmi di tutto il mondo in tutte le lingue. E con la Tribù ha appena vinto il prestigioso premio CoroPiù, la finale di “Venti liberi, musica per la legalità” del circolo pisano di Libera, associazione cui la Tribù ha aderito.
Un'attività musicale e sociale notevole su questo territorio che, come il resto del Paese, sta subendo una preoccupante involuzione etico-culturale. Un territorio che Sabina ha cantato l’anno scorso con il compagno Mario Manetti nell’album “Indygenie”, vero manifesto della bellezza di questa terra di Maremma tra borghi e mare, colline e archeologia, storia e cultura, cibo e campagna. Riscoprire radici e bellezze locali, radici e bellezze globali, senza barriere e via dall’ignoranza: è la missione in musica di quest’artista sanvincenzina che ha lasciato una traccia indelebile. L’emozione accompagna la conoscenza e si tatua dentro. Quello di Sabina Manetti è un contributo culturale fatto di lavoro e passione. Con un grande valore educativo.
Paolo Federighi
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