Il Tirreno

san vincenzo

Le 100 voci diverse di Patchworld

di Paolo Federighi
La Tribù vocale Patchworld durante un concerto
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La Tribù vocale Patchworld durante un concerto

San Vincenzo, la Tribù vocale si è aggiudicata il prestigioso premio CoroPiù. Sabina Manetti: Un genere che aiuta a rompere le barriere temporali geografiche, razziali, generazionali e linguistiche

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SAN VINCENZO. Pam, pam, pam, pam, pam. Le mani battono sul parquet. Due, dieci, cento mani. E anche di più. Nella palestra "G.Rodari" sembra accadere un terremoto. Prima scosse lente. Poi veloci. Sempre più veloci. E alla fine un grido. Unico. Formato da dieci, trenta, cento voci. Lei è lì, a condurre il rito, a far scuotere il pavimento e l'anima dei molti che assistono. Le gradinate sono colme. I cellulari sono tutti ben puntati verso il campo. Cinque, dieci, cento cellulari che fotografano e girano video. I tempi cambiano, la tecnologia è una protesi dell'occhio che da solo, nudo e senza filtri, non basta più. E mentre le protesi oculari sono ancora ben alte e puntate sul campo, la sanvincenzina Sabina Manetti guida ancora la danza ancestrale a piedi nudi, facendo segni ai tantissimi bambini e ragazzi delle scuole elementari e medie. “100 voci diverse, 100 raggi di un solo sole” è il nome del progetto. Le danze prendon voce e cambiano l'accento, la pronuncia, i significati: si canta in castigliano, in cinese, nelle lingue dell'Africa e del resto del mondo. Poi, come in un rito ribelle ma coordinato, alcune ragazzine della quinta elementare avanzano verso il pubblico e improvvisano un ritmo usando come percussioni le loro voci e i loro corpi: un fantastico ritmo, un'ovazione di tutti i presenti e di tutti i ragazzi.

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Sabina Manetti sfida l'ignoranza e scuote la coscienza con la musica della tradizione, di mamma Africa e degli altri continenti. Sfida tutto e tutto con il ritmo e la melodia del linguaggio universale. Sfida tutti proponendo il sapere, la conoscenza, le radici comuni. "Un progetto di canto corale e sensibilizzazione all’intercultura e trasversalità - dice Sabina Manetti - con obiettivi artistici ma soprattutto sociali: integrazione, intercultura e continuità tra generazioni. Abbiamo usato le circle songs ispirate ad Africa, India, Americhe. La circle song è un genere musicale corale lanciato da Bobby Mc Ferrin negli anni '90. Un modo di cantare circolare, appunto: ogni sezione del coro ripete una cellula ritmica o melodica più o meno semplice per un tempo a piacere e variabile. Su questo tappeto o paesaggio sonoro, il direttore può chiamare individualmente gli artisti che lo desiderino ad esprimersi in un solo vocale. Un genere che aiuta a rompere le barriere temporali, geografiche, razziali, generazionali, linguistiche, affidandosi all’emisfero destro, quello emozionale, creativo, non giudicante e accogliente. E' stato portato avanti un lavoro di consapevolezza sul corpo e le sue possibilità di espressione musicale e di movimento in sintonia coreografica e ritmica col canto". Che aggiunge: "Abbiamo iniziato con una circle song dei nativi etruschi dal titolo 'Rasenna' usando voci e mani, poi canti della Romania, del Marocco, della Colombia, del Messico, della Cina, dell'India, di Cuba, dell'Afrcia Occidentale, tutti Paesi e zone d'origine di vari bambini e ragazzi delle elementari e delle medie. Poi Mamadyo, meraviglioso canto del Senegal, Imagine di John Lennon, i canti Maori della Nuova Zelanda".

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La musicista non ha dubbi. "E' importante e fondamentale in un momento in cui si respira tensione razzista e campagne elettorali che hanno accentuato e inasprito conflitti ideologici e sentimenti di odio e paura - afferma -. Ringrazio vivamente la preside Daniele Toninelli grazie alla quale questo progetto è stato realizzato, i docenti, la mia Tribù Vocale Patchworld ed il mio compagno per il sostegno". Sabina Manetti è lì. E' lì da tantissimi anni ad urlare con voce dolce ed educata una realtà diversa. Nel 2000 fonda la Tribù Vocale Patchworld, in cui si cantano e suonano melodie e ritmi di tutto il mondo in tutte le lingue. E con la Tribù ha appena vinto a Bagno a Ripoli un prestigioso premio nazionale, il concorso "CoroPiù" per il miglior progetto indetto dall'associazione Cori della Toscana e dalla Regione, la finale di "Venti liberi, musica per la legalità" indetta dal circolo pisano di Libera, associazione cui aderisce Sabina con la sua Tribù Vocale. Ma se si parla di premi, la lista è lunga. 

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E' l'attività musicale e sociale che ha un peso notevole su questo territorio che da tempo, come il resto del Paese, sta subendo un'involuzione etica, morale, culturale. Un territorio fantastico che Sabina ha cantato l'anno scorso insieme al marito Mario Manetti nell'album "Indygenie", un vero e proprio manifesto della bellezza e della purezza di questa terra di Maremma tra i borghi e il mare, le colline e l'archeologia, la storia e la cultura, il cibo e la campagna. Riscoprire le radici e le bellezze locali, le radici e le bellezze globali: è la missione in musica di quest'artista sanvincenzina che ha lasciato una traccia assai più indelebile delle parole al vento, dei proclami, dell'arida discussione sul nulla o sui massimi sistemi. L'emozione accompagna la conoscenza e si tatua dentro. Quello di Sabina Manetti è un contributo culturale che la massa non palpa, perché è fatto in silenzio, senza strombazzamenti, senza molta pubblicità. Un contributo fatto di lavoro e passione. Di quelli che, proprio perché tali, lasceranno il segno e resteranno come scolpiti nell'archivio collettivo del territorio da riscoprire fra anni, anche se alcuni adesso non se ne accorgono. Così come non si accorgono, per ignoranza, di molte altre cose.

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