Il Tirreno

Arrestato dopo 24 anni

di Federico Lazzotti ; di Federico Lazzotti
Arrestato dopo 24 anni

Il cognato della vittima è stato incastrato dal dna: ora è ai domiciliari

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LIVORNO. Il passato è un tempo che non si cancella, tanto più se sopra è rimasta impressa una macchia di sangue che un quarto di secolo non ha potuto lavare via.

Ernesto Fiumicello, 60 anni, originario di Trentola Ducenta nel Casertano, lo ha scoperto all’alba, a distanza di 24 anni esatti dall’omicidio del cognato, Francesco della Volpe, muratore ammazzato a martellate a 45 anni nel bosco di Casagiustri, sulla strada provinciale che da Cecina arriva a Montescudaio. Era la notte del 30 giugno 1991 e il corpo fu rinvenuto il giorno successivo in un fossato.

Ieri, intorno alle 7, l’operaio si stava preparando per andare al lavoro, in un cantiere edile nella zona di Borgo San Lorenzo dove abita, quando alla porta del suo appartamento hanno suonato i carabinieri del nucleo investigativo.

In mano l’ordinanza di custodia cautelare firmata dal giudice per le indagini preliminari Antonio Del Forno.

All’interno - secondo gli investigatori coordinati dal pubblico Fiorenza Marrara - le prove, a cominciare dai risultati e dalle comparazioni dei test genetici - che lo inchioderebbero per l’omicidio nel bosco: esecutore materiale con un complice, al momento definito “Ignoto 2”, del delitto commissionato dalla moglie della vittima, Carmela Granata, 58 anni, pure lei indagata nell’inchiesta.

Una svolta giudiziaria che arriva a distanza di due anni e mezzo dall’apertura dell’inchiesta bis, era il gennaio 2013, e che in trenta mesi di lavoro ha riportato alla luce un caso sepolto dal tempo, dai silenzi di un paese intero e dai limiti che allora avevano le tecniche investigative, ancora in bianco e nero come le foto che oggi riemergono.

Il cappello dell’assassino

Ad incastrare il sessantenne, che da quando è stato iscritto nel registro degli indagati ha rifiutato di farsi interrogare per chiarire la sua posizione e magari fornire un alibi, i risultati degli esami comparativi del Ris di Roma e quelli eseguiti in una prima fase dell’indagine dal consulente della Procura.

Durante queste analisi sono state comparate le tracce di sangue trovate sul luogo del delitto, in particolare su un cappello da muratore e su un guanto, con i profili dei parenti della vittima.

È da questi test che è stata trovato «un profilo genetico compatibile», quello di Fiumicello, appunto.

La relazione definitiva depositata dal comandante del Ris Filippo Barni il mese scorso in sede di incidente probatorio ha dato la possibilità al pubblico ministero di chiedere nuovamente una misura cautelare, la prima era stata rigettata per insufficienza di prove, nei confronti del muratore ottenendo oggi gli arresti domiciliari per esigenze investigative ma per tre mesi.

Il movente familiare

Alla base del delitto - secondo i carabinieri - ci sarebbe un movente familiare confermato anche da alcuni parenti di Della Volpe. «Nei giorni precedenti al delitto - ha raccontato la sorella della vittima - mio fratello mi confidò che si sentiva perseguitato dalla moglie e dal cognato che faceva lo spazzino a Trentola Ducenta».

L’omicidio - è la conclusione degli investigatori - «si presenta di peculiare gravità, sia per la componente della premeditazione, nella sua forma peggiore, e cioè attirando la vittima in una trappola, sia per quella concorsuale, tanto nella materialità dell’azione, quanto con tutta verosimiglianza, a livello di concorso morale».

Da quello che emerge dagli atti, la moglie del muratore, stanca di violenze domestiche e soprusi - i due si stavano separando - avrebbe chiesto al cognato di dare una lezione al marito. Così la sera del 30 giugno sarebbe scattata la trappola. L’uomo è stato attirato nel bosco di Casagiustri trovandosi di fronte il cognato e un amico con i guanti indosso e armati di una bastone. Dal cofano, allora, avrebbe preso un martello per cercare di difendersi. Ma a quel punto, quella reazione, avrebbe fatto scattare il massacro.

Tre giorni dopo il delitto, al funerale del muratore, un’altro particolare, raccontato da un parente della vittima, che ha sempre insospettito gli investigatori: il cognato fu l’unico dei parenti a non mettere piede nella chiesa.

Un’altra macchia mai lavata che oggi la giustizia terrena è sicura di aver cancellato.

@fedelazzotti

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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