Il Tirreno

la storia

Quando il nonno volante di 91 anni riabbracciò a Cecina i suoi salvatori

Maria Meini
Michele Marrini col paracadute
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Michele Marrini col paracadute

Dopo 54 anni dalla Liberazione Michele Marrini riuscì a ritrovare dopo lunghe ricerche i compagni di prigionia e i contadini che l'avevano nascosto ai nazisti 

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CECINA. Michele Marrini, il 91enne che si è lanciato da 4mila metri col paracadute al grido di "Viva la Repubblica, viva la Resistenza” la mattina di martedì 2 giugno (festa della Repubblica) non lontano da Albinia, era stato protagonista di un'altra storia emozionante. Nel 1998 Michele, per tutti Michelino, era riuscito infatti a riabbracciare l'ex compagno d'armi di Livorno e la famiglia cecinese che lo aveva nascosto e salvato  dai nazisti. Ecco la cronaca del Tirreno di quell'evento.

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Un lungo abbraccio, la voglia di parlare, di raccontarsi una vita, sopraffatti dalla commozione. Le lacrime lasciano presto il posto ai ricordi («Per me Renzo è stato come un fratello maggiore») e alla promessa di incontrarsi ancora, non fra altri 50 anni, ma tra pochi giorni: con le famiglie, i figli, i nipoti ormai grandi. Michele Marrini, «Michelino» per i compaesani di Scarlino, conosciuto anche a Piombino per il suo impegno sindacale (era alla Magona ai tempi della serrata) ce l'ha fatta: dopo 54 anni è riuscito ad abbracciare il compagno di fuga, il livornese Renzo Ghignoli.

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Era il 30 maggio del '44: insieme, dopo un tentativo andato a vuoto e aver rischiato la fucilazione, scapparono ai tedeschi. Marrini aveva 19 anni, Ghignoli 20. Erano stati catturati dai repubblichini e accompagnati a Firenze, in una villa blindata di Settignano, punto di partenza per i campi di concentramento della Germania. Marrini era riuscito a fuggire una prima volta e a raggiungere la casa della sorella, a Scarlino, dove era stato catturato nuovamente dai militi della Repubblica sociale. «Erano in due - ricorda il pensionato - uno lo conoscevo bene, quello faceva il buono, l'altro invece, un fascista di Follonica, mi voleva fucilare sul posto». Ebbe la meglio il primo. Ricondotto a Firenze, fu qui che Marrini conobbe Ghignoli.

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«Aveva un anno più di me - dice Michelino - ma era più sveglio: fu lui che mi convinse a scappare. Ma quella volta andò male: ci ripresero a Incisa Valdarno e ci riportarano alla villa, che poi era una prigione». Viene il groppo alla gola ai due vecchi compagni a ripensare a quei giorni. «Quanti ragazzi ho visto sparire, quanti fucilati..» Un biglietto dei partigiani li avverte che sta per partire il convoglio dei tedeschi: saranno tutti deportati in Germania. Michele e Renzo decidono di tentare una seconda volta la fuga. Ma a Rifredi incappano in un'autocolonna tedesca e il loro piano sembra arrivato al capolinea. A Pontedera la via di salvezza: un bombardamento americano blocca il convoglio e i due si buttano in mezzo ai campi. A piedi riescono a raggiungere l'Arnaccio. Poi le loro strade si dividono: Renzo prosegue per Livorno, Michele va a sud, per le campagne fino alle porte di Cecina. Riuscirà a guadare il fiume su un ponte di legno assemblato alla rinfusa alla Steccaia, dopo il bombardamento del ponte sull'Aurelia, e ad arrivare a Donoratico.

Da qui un camion di partigiani lo accompagnerà a Scarlino, dove si unirà alla brigata Amiata. Sono passati 54 anni: Michele Marrini, dopo tanti tentativi, ha cercato di rintracciare il compagno attraverso un appello, nel 1997, sul Tirreno. Finalmente pochi giorni fa la telefonata. E l'11 marzo dell'anno successivo, al Café Etoile di Livorno, di proprietà della figlia di Ghignoli, i due hanno potuto riabbracciarsi. «Non sei cambiato per niente», gli ha detto Renzo buttandogli le braccia al collo. Hanno voglia di parlare, e dopo mezzo secolo ce ne sono di cose da raccontarsi. L'incontro finisce con una promessa: «Ci rivedremo presto, a casa, con le nostre famiglie» dice Ghignoli. «Ma fra 50 anni - scherza Marrini - vogliamo essere ancora qui».

E' il 20 giugno del 1998. Ci sono voluti 54 anni e 17 giorni, ma anche il secondo tassello della «memoria» - di quando diciannovenne sfuggì ai tedeschi - Michelino Marrini è riuscito a ricomporlo. ha potuto rivedere il podere dove due contadini, «all'alba del 29 maggio '44, con sprezzo del pericolo, mi nascosero dopo avermi rivestito e dato un pasto caldo». E vicino al rifugio, un magazzino per il foraggio dove l'anziana proprietaria lo nascose coprendolo d'erba, ha potuto incontrare la nipote della sua benefattrice, che abita poco distante dal vecchio podere La Fornace, in cui ora vive la famiglia Baldini. Due tappe che Michele Marrini ha ripercorso con commozione, rievocando la sua fuga attraverso il fosso dell'Acquerta, che fa da spartiacque tra i comuni di Cecina e Riparbella, seguito dagli spari e dai riflettori dei nazisti.

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Attraverso il fosso Michelino arrivò sull'aia del podere dopo essere sfuggito avventurosamente da un camion tedesco insieme ad un altro ventenne, il livornese Renzo Ghignoli. Con il compagno di fuga Marrini si è incontrato pochi mesi fa. Ieri il nuovo proprietario del podere in cui trovò rifugio, il signor Graziano Baldini, gli ha fatto visitare quei luoghi cari alla sua memoria, e per renderli ancora più simili ad allora ha rimesso al vecchio posto l'inferriata che proteggeva dai topi e dai gatti il ricovero del foraggio. «Ricordo bene ogni particolare», ha commentato il signor Marrini, originario di Scarlino anche se da tempo abita a Grosseto. Particolari che ha rielaborato negli anni, rivissuti, sognati. Ora il podere è un po' cambiato, di fianco corre la Variante, davanti all'ingresso ci sono due grandi pini. A 300 metri di distanza, c'è la casa colonica in cui vive Iolanda Ciulli col marito Guerrino Biondi. La signora Iolanda è la nipote dell'anziana benefattrice di Michelino. Ed è lei a raccontarle della nonna, Adriatica Nencini.

Nel '44, quando Marrini arrivò fradicio davanti al podere della Fornace, la signora Adriatica ebbe un balzo, nella pallida luce dell'alba lo scambiò per il figlio diciottenne di cui da mesi non sapeva più niente. E con la speranza che altri aiutassero suo figlio nel momento del bisogno fece entrare in casa Michele, a rischio di essere sorpresa dai tedeschi. Che infatti di lì a poco arrivarono. «Si accontentarono di un maialino - racconta Marrini - che era sull'aia e che la donna gli indicò perché lo prendessero. Forse fu proprio quel maialino che mi salvò e salvò quella mattina anche loro». Poco più tardi Michele proseguì la sua fuga tra i campi. La signora Adriatica dovette subire un tremendo lutto. I tedeschi le uccisero il marito Giuseppe Ciulli, il figlio Ilio Ciulli (padre di Iolanda) e un nipote diciottenne Osvaldo Calvani. Li ammazzarono a Surbugnano, dove i tre uomini erano andati a mettere in salvo del bestiame. Marrini ha invitato la signora Iolanda e il marito a Massa Marittima per ritirare un premio alla memoria della nonna. Ma ha ancora un desiderio: deporre un fiore sulla sua tomba.

L'impresa del nonno volante

 

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