Sicurezza
L'urlo in piazza per dare voce a Paolo
Cecina, la famiglia Ameruso spiega le ragioni della protesta in occasione della Giornata della sicurezza stradale, di fronte allo stand della municipale, dove hanno incrociato gli agenti coinvolti nell’incidente del figlio
CECINA. Quattro anni in silenzio. Fino a quel grido liberatorio: «Vergogna!». In piazza, di fronte ai rappresentanti delle forze dell’ordine, delle istituzioni locali, gli studenti e i loro insegnanti. Tutti in corso Matteotti per la giornata dedicata alla legalità e alla sicurezza stradale, lo scorso 18 maggio. «È l’urlo di Paolo». Non ha dubbi la signora Emilia Ameruso. E neppure suo marito Antonio: «Ha dato voce a nostro figlio che è rimasto tetraplegico per le conseguenze dell’incidente stradale. Non un grido di dolore ma di indignazione». Eppure quella sottolineatura sulla inopportunità di chi fosse in strada a rappresentare la polizia municipale c’è chi l’ha giudicata un atto scomposto.
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Lo ha fatto anche il sindacato autonomo Csa per voce del coordinatore dei vigili urbani Enzo Provenzano prendendo le difese del comandante della polizia municipale Graziano Costagli e della collega e moglie Maura Onorati, condannata dal giudice di pace per l’incidente che ha stravolto la vita di Paolo Ameruso e dei suoi familiari. E sul quale la Procura di Livorno ha aperto un’altra indagine che coinvolge Costagli, Onorati e un terzo vigile Stefano Michelacci (ora all’Unione dei colli pisani) ai quali sono contestati reati che vanno, a vario titolo, dall’abuso d’ufficio all’omissione di soccorso proprio per l’incidente al Paratino dell’11 dicembre 2011 in cui rimase ferito Paolo Ameruso, all’epoca diciassettenne.
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«Non sentiamo il bisogno di giustificazioni per il fatto che Emilia, attraversando il centro del paese mentre spingeva la carrozzella di suo figlio, abbia gridato vergogna. Non ha rivolto accuse ma ha gridato la parola che meglio rappresentava il suo stato d’animo in quel momento. Un grido per chiedere attenzione e buon senso a chi in quel momento svolgeva un ruolo così importante – dicono gli Ameruso –. Ha voluto prima di tutto richiamare l’attenzione dei presenti sull’inopportunità che, nell’ambito di una manifestazione cittadina organizzata dal Comune di concerto con la scuola e con le forze dell’ordine per sensibilizzare ed educare i ragazzi al rispetto delle regole in materia di sicurezza stradale, il corpo dei vigili urbani fosse rappresentato dal comandante e da sua moglie, già condannata dal giudice di pace di Cecina in primo grado per violazioni al Codice della strada, nonché indagata in concorso con il marito per reati commessi attraverso comportamenti tenuti dopo l’incidente».
Per la signora Emilia, i ragazzi e le famiglie presenti, chiamati a partecipare a una giornata per apprendere le regole della sicurezza stradale, avrebbero dovuto essere istruiti da persone diverse, non coinvolte ad alcun titolo in procedimenti penali «tesi ad accertare situazioni che, qualora accertate, sarebbero quantomeno Imbarazzanti. Ma il suo grido ha voluto essere un richiamo per le istituzioni cittadine al buon senso, che in questo caso è davvero mancato». E aggiungono: «Nessun grido vi sarebbe stato se a rappresentare i vigili urbani fossero state altre e diverse persone, che certo non mancano nell’ambito del Comune».
Ad oggi, la sentenza di condanna di primo grado è oggetto di appello. «Vi è comunque una sentenza di condanna per la vigilessa e indagini in corso sia nei suoi confronti che nei confronti del marito». E ancora: «Sappiamo bene che la sentenza potrebbe essere ribaltata in appello, ma, fino a quando non lo sarà, ragioni di opportunità dovrebbero indurre l’amministrazione locale a far rappresentare la polizia municipale da altri soggetti, non coinvolti ad alcun titolo in simili fatti». E conclude: «Abbiamo sempre percorso la via della giustizia e mai quella della vendetta. Per Emilia passare in silenzio davanti a quelle persone che continuavano tranquillamente a fare ciò che facevano anche negli anni passati, senza avere il minimo riguardo per quanto accaduto, senza alcuna remora o problema di coscienza, impassibili anche al passaggio di suo figlio, non è stato possibile».
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