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il caso

Offese su Facebook il senatore Matteoli, a processo

Federico Lazzotti
Il senatore cecinese Altero Matteoli
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Il senatore cecinese Altero Matteoli

Il post sul social network è stato scritto nel dicembre 2012 e lanciava dei sospetti sul ruolo dell’ex ministro per il porto di Cecina

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LIVORNO. Avrebbe offeso l’ex ministro del Popolo delle Libertà Altero Matteoli insinuando un suo coinvolgimento poco trasparente nell’ambito dei lavori al porticciolo di Cecina. Per questo Gianluca Di Liberti, 32 anni, livornese, ora passato al Nuovo Centro Destra è finito a processo: imputato con l’accusa di diffamazione. E più precisamente - come spiegano i suoi legali - del quarto comma, vale a dire perché ha offeso un rappresentante delle istituzioni. Lunedì nell’aula B del Tribunale di Livorno si è aperto il procedimento davanti al giudice Angelo Perrone. In aula non c’erano né l’attuale senatore di Forza Italia, né l’imputato.

Ma è stato lo stesso possibile ricostruire quello che è avvenuto fino all’udienza di smistamento rinviata al 30 novembre prossimo. Agli atti è finito il post scritto sul proprio profilo pubblico dal trentaduenne nel dicembre del 2012. «Vediamo - era il senso del messaggio - cosa dice la procura quando escono i nomi di Paolo Barabino (coordinatore provinciale di FI) e Altero Matteoli per porticciolo di Cecina». A dare il via all’indagine la denuncia fatta dallo stesso Matteoli all’indomani della pubblicazione del post. Non ha invece sporto querela Barabino che ha preferito sorvolare sul possibile risvolto penale del messaggio. È così che è iniziata l’indagine che ha portato Gianluca Di Liberti davanti al giudice con l’accusa di diffamazione. Ma nella prima udienza, almeno un colpo di scena, c’è stato e lo ha riservato proprio l’ex ministro.

Nonostante la denuncia, infatti, Altero Matteoli, riconosciuta come parte offesa nel procedimento, ha preferito non costituirsi parte civile nel dibattimento senza però ritirare la querela. «Vogliamo solo l’accertamento della verità», è la dichiarazione laconica degli avvocati. Dunque il processo va avanti. E non è detto che l’ex ministro, in casa di condanna, non possa chiedere comunque un risarcimento in sede civile. 

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