«Costretta a emigrare e ad allontanarmi dalla tomba di Ilaria»
Castagneto, la madre della giovane uccisa nel 2013 licenziata dopo 30 anni per lavorare finisce in Spagna
CASTAGNETO CARDUCCI. La morte di una figlia non si dimentica. Ti uccide a sua volta. È un vuoto che ti urla dentro e toglie il respiro. Una prova di resistenza. Quotidiana. E senza nulla togliere all’altro figlio per cui ancor di più si è disposti ad andare avanti e continuare a lottare. È una vita sdoppiata dal ricordo, costante, palpitante. Ci prova Sara Cariano, dopo quella maledetta mattina del 2 maggio del 2013, quando una telefonata le comunicava che sua figlia Ilaria, appena diciannovenne, era stata uccisa. Ed è da allora che si accumulano le pagine buie, mai scritte. Quel buio fatto di vuoto. Un vuoto incolmabile.
Le foto ed i pensieri si rincorrono dove si può, anche sui social network. Per urlare, per liberarsi di una colpa che bussa dentro, non perdornarsi di non essere riuscita a proteggere la propria bambina. Non si accetta ma si prova a conviverci, almeno dopo che la giustizia ha fatto il suo corso. Il lavoro, l’impegno può aiutare, per esempio. Ma poi d’un colpo anche il lavoro, che serve a pensare meno, se ne va e che resta ancora? A 52 anni ci si trasferisce in Europa, un approdo. Dopo aver perso tutto, per cercare di mantenere almeno la dignità. «Non mi sentivo più utile a Castagneto Carducci – dice Sara Cariano all’indomani del processo di appello –. Mio figlio Mattia ancora frequenta l’università e lo devo aiutare. Senza lavoro viene meno anche la dignità. Sono stata licenziata dopo 30 anni, lavoravo come cuoca e da allora non ho più sentito nessuno. Poi alcuni amici di infanzia mi hanno teso la mano. Ho cercato in giro a Castagneto e dintorni, molto faticosamente, ma niente. Me ne sono andata a malincuore, soprattutto in questo periodo, sapevo del secondo atto del processo per l’omicidio di mia figlia. Ma ho preso al volo l’opportunità per la stagione estiva, poi vorrei tornare a casa».
L’11 febbraio ad Ablaye Ndoye è stata confermata dalla Corte di appello del Tribunale di Firenze la sentenza di primo grado che lo condannava all’ergastolo. Una pena dura ma che restituisce un po’ di pace nel cuore alla famiglia di Ilaria. «Un piccolo sollievo – continua la signora Sara – in un mare di dolore, un dolore profondo che non si affievolisce, non si assorbe. Soffro al pensiero di non poter andare ogni giorno a salutare Ilaria al cimitero. E del passato mi mancano il nostro quotidiano, le conversazioni in casa, i sorrisi, le mezze parole, gli abbracci. Mi manca ancora la partecipazione attiva all’associazione Iaia, che ho fondato con altre donne di Castagneto, proprio in memoria di mia figlia. Ma dovevo andare».
Da Santa Severina in Calabria, la signora Sara è arrivata a Castagneto nei primi anni novanta. Oggi a 52 anni, per poter lavorare e garantirsi una sussistenza dignitosa, ha scelto Corralejo a Fuerteventura dove alcuni amici hanno iniziato un’attività di rosticceria proponendo i migliori classici della cucina calabrese. «Non è stato facile alla mia età, con un trascorso così drammatico decidere di partire, ma cosa potevo fare? Lavorare mi aiuta a non pensare troppo e così posso aiutare Mattia. La mia vita dopo che Ilaria se n’è andata ha perso luce e speranza ma devo resistere proprio per Mattia. Non vedo l’ora di riabbracciarlo».
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