Il Tirreno

Adescò e violentò ragazzina, condannato

Adescò e violentò ragazzina, condannato

Cinque anni e otto mesi la pena per Stefano Papi. I giudici gli vietano di avvicinarsi a scuole e a enti frequentati da minori

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CECINA. «Un uomo orrendo, una persona che ha tenuto una condotta depravata». La requisitoria del sostituto procuratore Alessandra Conforti, che ha portato il Pm a chiedere una condanna di sette anni per Stefano Papi, l’uomo accusato di aver adescato su Facebook prima e violentato poi una quattordicenne, è stata suggestiva. Ha fotografato l’orco, lo ha inchiodato alle sue tremende responsabilità. E il collegio presieduto dal giudice Giovanni Sgambati si è convinto che con quell’uomo bisognava essere glaciali: oltre ai cinque anni e otto mesi, alla condanna è stata applicata la pena accessoria dell’obbligo di allontanamento dalle scuole e da tutti gli enti pubblici frequentati da minori. Del resto Papi non se l’è presa soltanto con quella quattordicenne lombarda, ma è andato oltre: «Sceglieva le sue vittime sulla rete e poi le obbligava a spogliarsi per lui e a inviargli delle foto che poi utilizzava per minacciarle», ha sottolineato Conforti. Un macigno che ha pesato, vanificando l’arringa dell’avvocato Silvia Raffi, difensore dell’imputato. Il legale aveva chiesto l’assoluzione per la violenza, descrivendo Papi come un uomo innamorato. Raffi ha già annunciato che impugnerà la sentenza, dopo aver letto le motivazioni tra novanta giorni.

La storia tra i due, come ha tentato di definirla l’avvocato Raffi, per la procura e anche per i giudici è una violenza sessuale vera e propria perché l’uomo, residente a Cecina, con la giovane ha consumato rapporti completi, prima a Massa (per questo l’inchiesta è stata condotta dalla procura apuana) e poi in Lombardia (dove abitava l’adolescente nel frattempo diventata adulta). Una vera e propria fissazione quella di Papi per i minori secondo gli inquirenti. Nei computer e nei cellulari dell’uomo hanno trovato fotografie con bambine che avevano meno di 12 anni. In una directory c’era il nome della quattordicenne che poi lo ha denunciato. Con foto orrende, immagini che guardate con gli occhi di una persona normale sono un pugno nello stomaco. Non file scaricati per errore, come ha provato a dire l’imputato, ma scaricati più volte perché il download non si era completato e quindi era stato ripetuto. Altre cartelle avevano acronimi che soltanto i pedofili riconoscono. Ma Papi faceva di più: scattava fotografie delle giovani che agganciava in rete mentre loro si spogliavano per lui con la cam accesa. Ma questa sua mania lo ha tradito perché il perito della procura, l’ingegnere informatico Cesare Marini, ha trovato nelle memorie di quei telefonini scatti che oltre alle ragazzine riprendevano il suo volto riflesso nel monitor. Una prova schiacciante che l’orco era davvero lui, per il pm Conforti. E anche per il collegio, che ne ha condiviso le conclusioni.

L’adolescente non avrebbe mai denunciato quell’uomo orrendo, perché ne aveva paura e perché subiva le sue minacce. La forza di andare dai carabinieri è arrivata da un’amica, una nuova compagna di scuola. La coetanea l’ha accompagnata in caserma quando lei ha cominciato ad aver timore di quell’essere che minacciava di raccontare tutto ai suoi genitori. E l’indagine era nata proprio dalla visita in caserma delle due adolescenti. I carabinieri appena avevano sentito quale era l’argomento le avevano stoppate chiamando i genitori della vittima dell’abuso. Il maresciallo, che ha raccolto quella drammatica denuncia, in aula aveva spiegato al giudice Sgambati e alle parti come l’Arma era giunta alla persona finita sul banco degli imputati: «Attraverso il profilo della giovane siamo arrivati al suo e poi abbiamo incrociato quel nominativo con l’utenza che ci aveva fornito la giovane».

La requisitoria del pm Conforti ha svelato l’orrore di una quattordicenne che si era lasciata rapire dalle lusinghe (false) di un uomo più grande di lei di oltre trent’anni. Tanto che quando lo aveva visto per la prima volta aveva reagito come farebbe qualunque ragazzina dicendo che era «orrendo, con tutti quei capelli bianchi». Eppure è rimasta rapita dalle parole di un lupo a caccia della preda. «L’ha soggiogata, l’ha portata in una pineta e in un luogo appartato dove lei non poteva chiedere aiuto». Sentiva le voci la piccola, da sempre. E in quei mesi da incubo quelle voci la tormentavano più del solito. Ma era il modus operandi di Papi, che aveva portato all’esasperazione anche una sedicenne che gli aveva dato un po’ di confidenza. «Aveva finto di essere gravemente malata, pur di toglierselo dai piedi», ha battuto i pugni il pubblico ministero prima di chiedere la condanna. Che è arrivata.

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