Il Tirreno

Liceo Fermi, in una mostra la lezione di Auschwitz

di Paolo Federighi

Il viaggio della delegazione cecinese guidata dalla professoressa Fratini Sei le studentesse in visita ai campi di sterminio insieme a due deportate

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CECINA. La coscienza e il desiderio di sapere impongono di aprire gli occhi. Difficile credere che sia accaduto, che non è un’invenzione o un film. Freddo dentro. Silenzio caotico. Sguardi immobili: davanti, i campi di sterminio di Birkenau e Auschwitz. Costanza Fratini, 37enne sanvincenzina, insegnante di lettere al liceo Fermi di Cecina, resta in silenzio, così come le sei studentesse scelte per questo Viaggio della Memoria. Con loro, anche Andra e Tatiana Bucci, deportate a Birkenau a 4 e 6 anni di età.

Il viaggio arriva dopo un progetto lungo due anni, un percorso di formazione di insegnanti e studenti nelle singole scuole. Del progetto si è occupata la docente di storia e filosofia Ebe Serni, che ha proposto a Costanza di partire, passandole il testimone e coinvolgendola nella preparazione del seminario per gli studenti. Dal 19 al 23 gennaio, prima a Oswiecim (Auschwitz), poi a Birkenau, l’incontro con i testimoni nel cinema Kijow di Cracovia. Infine Auschwitz, un nuovo incontro con altri testimoni, la visita della città di Cracovia e del ghetto ebraico. Ma il cuore e la mente sono ancora nei campi di sterminio. «Ci aspettavamo la neve – dice Costanza Fratini –, quel gelo che le immagini spesso ci raccontano. E invece una distesa di fango, erba sporca, un piano a perdita d’occhio interrotto da qualche sparuta betulla e dalla serie ordinata di pali in cemento e ferro uniti dal filo spinato, la simmetria e serialità delle baracche superstiti, a mattoncini rossi, identiche. I tedeschi, dal 17 gennaio 1945, cercarono di distruggere e occultare tutto quello che potevano. Lo abbiamo letto e studiato. Ora lo vediamo: di gran parte delle baracche restano solo i basamenti, tutti uguali, e le macerie. Vediamo le tracce della furia e lo scrupolo con cui tutto doveva essere smontato perché nessuno sapesse, perché tutto tornasse “perfetto”, igienizzato dalla minaccia della memoria e dei sentimenti. Qualcosa è rimasto in piedi, ed è lì che ci dirigiamo. Abbiamo guardato le nostre impronte e pensato alle loro, ai loro passi. Intorno a me volti seri, occhi un po' lucidi. Non sono sola. Tutti insieme, oggi, siamo il senso di questo viaggio».

Quel gelo è contrapposto al calore dei “giusti”, il dolore alla speranza. «Tutto è un gelo squallido e impietoso, qui – prosegue Costanza –. Con noi anche le sorelle Andra e Tatiana Bucci, che a Birkenau sono state deportate a 4 e 6 anni. C’è il calore discreto della commozione e dell’intelligenza di chi sente il dolore dell’uomo e la necessità di ribellarsi. Il calore dei “giusti”. L’incontro con le Bucci, dentro la sauna, il locale in cui i deportati destinati al lavoro e non alla gassazione immediata venivano tatuati e schedati, è l’emozione più forte. E penso che gli occhi della signora Tatiana, settant’anni fa, hanno visto davvero».

Ma è difficile per chiunque capire in profondità ciò che è accaduto in quegli anni e in quei luoghi. «L’esperienza diretta – dice Costanza – è l’unico veicolo di conoscenza totale in casi di annullamento radicale della persona umana. E a volte non basta. Ma possiamo e dobbiamo raccogliere testimonianze, studiare, leggere, pensare, raccontare e sentire. Credo che le forme di conoscenza intellettuale ed emotiva, unite, ci avvicinino a una qualche forma di verità».

Che persone siete, adesso? «Io sono la stessa, credo – dice Fratini –, ma in un angolo polveroso della mia mente ho ritrovato la chiara nozione della forza del gruppo che si muove per un obiettivo comune. A scuola organizzeremo una mostra dei lavori dei ragazzi che hanno partecipato al progetto e proietteremo i video girati sul treno del ritorno. Forse organizzeremo una visita a Prato al Museo della deportazione. Speriamo di poter partecipare, come scuola, alla preparazione del Treno della Memoria nel 2017».

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