Il Tirreno

la storia

Ha paura ma sceglie Parigi

di Paolo Federighi
Giulia Bonanni alla manifestazione di Parigi contro il terrorismo
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Giulia Bonanni alla manifestazione di Parigi contro il terrorismo

San Vincenzo, autrice e regista teatrale, direttrice di una scuola a Montreuil Giulia Bonanni dopo gli attentati: «Mi piacerebbe dire che non è cambiato niente, che la paura non esiste. Ma non è vero. La paura c'è»

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SAN VINCENZO. "Cosa ha cambiato l'attentato in me? La voglia di difendere la mia libertà. E' un po' scontato, ma è vero. La voglia di gridare che non ho paura, di dire e di ripetere ai bambini che mi affidano che è importante dire ciò che si pensa e che nessuno può impedircelo, la voglia di abbracciare tutti i mussulmani che conosco e verso i quali tutti puntano il dito, per dire loro che io non ci casco, che è possibile vivere insieme". Iniziamo da qui, da qualche giorno fa, il racconto della storia della sanvincenzina Giulia Bonanni, 38 anni, autrice e regista teatrale, direttrice di una scuola a Montreuil, alla periferia di Parigi, città dove ormai vive da tredici anni. Iniziamo da quel momento in cui, per la follia di pochi, dodici persone hanno perso la vita, tra cui vari giornalisti e vignettisti del giornale Charlie Hebdo.

"Mi piacerebbe dire - dice Giulia Bonanni - che non è cambiato niente, che la paura non esiste. Ma non è vero. La paura c'è. E soprattutto c'è una grande tristezza, la tristezza per la morte assurda di giornalisti che facevano solo il loro lavoro e di gente come me che quel giorno è uscita per comprare il pane o una bottiglia di vino. Le persone sono incredule, nauseate. Ma anche fiere della reazione che quattro milioni di francesi, o forse più, hanno avuto domenica scorsa. Sì, siamo anche un po' fieri". Quel giorno - e fa effetto dire 'quel giorno', come se si raccontasse un evento remoto, perso nel tempo - Giulia era nella scuola di cui è direttrice. "Ero al lavoro a scuola durante i due attacchi. Ho avuto delle informazioni ufficiali sul protocollo di allerta attentati: chiudere le porte, non fare entrare nessuno, restare calmi. Non so dire esattamente come mi sono sentita. Uno dei giornalisti uccisi nella redazione di Charlie Hebdo viveva nel quartiere in cui si trova la mia scuola. I suoi figli hanno frequentato la scuola materna in cui lavoro e che si trova a Montreuil, alle porte di Parigi, vicino a Vincennes e all'undicesimo arrondissement".

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Giulia, domenica, era per le strade di Parigi a manifestare, immersa in quel fiume di persone che gridavano "Je suis Charlie". Una città che ormai sente scorrere nelle vene, dalla quale non si allontenerebbe mai. Lì vive da tredici anni, dodici dei quali trascorsi con il suo compagno, un attore di teatro conosciuto durante una pièce, e il loro figlio Matteo, di cinque anni. "Sono venuta a Parigi per il teatro e la cultura, dopo aver studiato teatro al Dams, a Bologna. Italia e Francia? Pochi i paragoni possibili. Qui gli artisti non lavorano tutto l'anno, ma ricevono sussidi e disoccupazione. Una situazione non semplice, ma si può vivere d'arte. Cosa che in Italia, soprattutto nel teatro, è fantascienza. Il sociale è più sviluppato e la vita quotidiana più semplice. Per esempio il mio lavoro: ci occupiamo dei bambini scolarizzati prima della scuola a partire dalle 7,20 e dopo la scuola fino alle 19. Avere un figlio e lavorare è possibile. I francesi si lamentano per tutto, è vero, ma sono aperti. Una città interculturale resta magnifica da vivere. Da italiana, non ho avuto alcun problema. Non ho mai vissuto choc culturali. Pensiamo allo stesso modo. Il fatto che Parigi sia una capitale multirazziale e multiculturale porta ad uno scambio di idee più ricco".

Giulia è arrivata quando aveva 25 anni. Di strada ne ha fatta, ma non è stato semplice. "Ho iniziato lavorando in teatro. Assistente regista, regista, testi, traduzioni. Ho insegnato italiano e teatro. Ho scoperto gli atelier di scrittura e ne ho animati per qualche tempo. Poi ho avuto voglia di trovare un lavoro più stabile. La Regione mi ha pagato una formazione di coordinatrice culturale. Per il momento, non ho ancora raggiunto il mio scopo, ossia lavorare per una municipalità come coordinatrice di azioni culturali. Ma non dispero. Nella scuola di cui sono direttrice organizziamo anche atelier pedagogici e artistici. Non è il lavoro della mia vita, ma la trasmissione della cultura e dell'amore per la cultura è un buon compromesso. Qui la chiamano educazione popolare: la cultura di 'loisirs'".

Parigi vista dal lato chiaro della luna. E il lato oscuro? Ad esempio, il razzismo? Le periferie che sono terre di nessuno? "Certo, il razzismo esiste, ma voglio continuare a credere che resti un fenomeno marginale. Le persone perfettamente integrate sono migliaia. Solo una minoranza resta ai margini. Ma questa minoranza esiste. Le periferie si stanno aprendo, le azioni politiche a tal fine sono sempre più numerose. Ma la situazione di tanti giovani è drammatica, non si può negare".

San Vincenzo: a volte Giulia torna con il suo bimbo, a trovare la sua famiglia. "Prima di diventare mamma, dopo due giorni cominciavo a scalpitare. Con il bimbo, San Vincenzo mi sembra più vivibile. E' un paese per famiglie: mare, passeggiata, una corsa in bici sul porto, un aperitivo per mamma, uno spettacolino la sera e a nanna. Il mare è una cosa meravigliosa, il mio vero legame con il paese. Sono contenta che qualche iniziativa cominci ad arrivare, ma siamo ancora lontani dall'ideale che, almeno, è il mio. Non posso dire altro. A San Vincenzo ho sempre vissuto poco. Sono stata sempre attratta dalla città. Esco poco, ma ho bisogno di sapere che poco lontano c'è un teatro, un cinema, un museo o anche solo una libreria decente". Giulia: mettiamo che ti offrano lavoro in Italia. Che fai, accetti o no? "Nemmeno per sogno! La Francia mi ha adottata e mio figlio è francese. In Italia ho vissuto belle cose. Gli studi, per esempio. In Italia l'università, secondo me, è migliore. Ma per il resto, è qui che mi sono costruita. A volte ho l'impressione che l'Italia si rifiuti di avanzare, di guardare avanti, di accogliere il cambiamento e l'altro, il diverso. Qui, il diverso è cosa di tutti i giorni".

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