Il Tirreno

Una criminologa per San Vincenzo

Una criminologa per San Vincenzo

Doveva fare l’avvocato Lara Vanni e invece ha scelto l’altro lato del reato

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SAN VINCENZO. Cosa porta una persona a commettere un reato? Non sono molte quelle che cercano di capire a fondo i perché di un atto criminale. Una di queste è Lara Vanni, 35 anni di San Vincenzo. Per cinque anni e mezzo, mentre studiava, Lara ha lavorato presso l’ufficio tributi del Comune di San Vincenzo, con contratto interinale. Nel 2012 si laurea in Giurisprudenza alla Sapienza di Pisa con tesi in diritto penale sulle sanzioni sostitutive alle pene detentive brevi. Ha svolto pratica legale in due studi di Livorno, uno civile e uno penale, e frequentato il Master di secondo livello in Criminologia, materia multidisciplinare comprendente scienze forensi, diritto penale, sociologia, psicologia.

«Mi hanno sempre appassionata il diritto penale – dice Lara – e ciò che sta dietro ai comportamenti dei rei. La criminologia ha soddisfatto la mia passione. Dietro ogni reato ci sono le esperienze del reo, l’ambiente in cui è vissuto, caratteri diversi che fanno sì che ogni reazione a un fatto sia diversa da una persona all’altra».

I nostri tempi sono peggiori di quelli passati? «No. Non sono aumentati i reati, ma prima ne sapevamo poco o nulla. I media hanno il merito di tenerci informati, ma anche la colpa di permettere processi mediatici. In tempi di crisi come questo molti reati sono furti, rapine e simili, casi in cui non c’è emulazione. Nel mio tirocinio al carcere di Livorno, ho parlato con detenuti che hanno commesso reati per necessità e disperazione. Si deve pagare per ciò che si commette, ma con una giusta rieducazione possiamo arrivare a grandi progressi». C’è poi il disagio giovanile. «Le immagini danno una percezione crescente di allarme sociale e portano quasi a normalizzare determinati comportamenti e violenze, tanto che alcuni giovani non vedono più il limite tra lo sbagliato e il giusto».

La giustizia italiana: per molti non funziona bene e concorre a distorcere la percezione delle cose. «La giustizia ha tempi troppo lunghi e dispendiosi: un processo penale dura molti anni. Dobbiamo però sottostare alla giustizia processuale, anche se è diversa da quella criminalistica, ovvero: le prove sono oggettive, ma nelle aule vengono stravolte. I media si concentrano su una singola prova, influenzando l’opinione pubblica».

L’Italia è il Paese del malaffare? «No. Degli altri Paesi i media non ci dicono quali e quanti reati vengono commessi. La percezione che abbiamo e che hanno all’estero è quella di un Paese di corrotti. Non è così. È che un fatto di corruzione ci viene propinato per settimane come se nient’altro fosse accaduto». Da criminologa come vede San Vincenzo? «Nonostante casi di furto è un posto tranquillo. Mi dispiace per chi ha subìto danni. Ma un reato non deve creare allarme». Educare alla legalità: che significa? «Fin dalle scuole medie dovremmo chiedere ai giovani come percepiscono le notizie, facendo incontri con loro e i genitori, spiegando cos’è un reato e a quali conseguenze porti nella vittima e a livello legale, cosa sia il rispetto e che ogni azione porta ad una conseguenza. Un percorso possibile con l’aiuto di esperti e testimonianze. Di un fatto bisognerebbe non ascoltare le opinioni, ma farsi un’idea propria. Un giovane è più influenzabile». Il bullismo: tema dibattuto. «Il bullo agisce in un branco i cui componenti cominciano a scherzare con la potenziale vittima, loro coetaneo che vedono più debole, indifeso e timido, e lo danneggiano sia in ambito psicologico, prendendolo in giro, sia in ambito relazionale, isolandolo dai suoi compagni. Con l'uso dei cellulari, il fenomeno continua sui social network (cyber-bullismo). Anche qui potrebbero essere d’aiuto incontri con insegnanti e genitori per individuare i fattori di rischio e prevenire o fermare il fenomeno».

Paolo Federighi

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