Il Tirreno

STORIE

La terra promessa di Giacomo, in Israele per amore

Alessandro Bientinesi
Giacomo Abate con la sua Hadar
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Giacomo Abate con la sua Hadar

Trent’anni, personal trainer, ha seguito la sua donna e si è trasferito a Tel Aviv, dove ha cambiato anche lavoro

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CECINA. C’è chi dice bye bye all’Italia in cerca di nuove opportunità di lavoro e carriera. Chi saluta e se ne va all’estero senza neanche guardarsi troppo indietro. Giovani e meno giovani alla ricerca di qualcosa che il “Bel paese” non sembra più in grado di garantire tra burocrazia, non meritocrazia e crisi economica a picchiare duro.

E poi c’è Giacomo Abate, trentenne, nato a Milano nel 1984 ma cresciuto a Cecina. Lui ama il suo paese, non ha l’indole avventurosa e non ama più di tanto viaggiare. Ha le sue passioni, tra musica, sport e un lavoro da personal trainer in una palestra della sua città.

«Le mie colonne d’Ercole – parole sue – erano fino a poco tempo fa a Vada». Nell’estate del 2008, in una vita di provincia come tante altre, arriva l’unica vera cosa in grado di sconvolgere tutti i suoi piani. L’amore. La storia di Giacomo Abate, da quel momento, prende la strada che sembra la sceneggiatura di un film romantico.

E da personal trainer a Cecina, in poco tempo si ritrova a vivere a Tel Aviv, cambia lavoro e con la sua Hadar, israeliana, mette al mondo due splendidi bambini.

L’amore è il filo conduttore della tua storia, o sbagliamo?

«Penso sia proprio l’elemento più importante. Anche perché fino all’estate del 2008 non avevo alcuna intenzione di lasciare Cecina. Dopo il diploma da grafico pubblicitario e tre anni di studi in legge, avevo deciso di trasformare la mia passione per lo sport in un impiego a tempo pieno. Dopo aver seguito un corso a Firenze da personal trainer avevo subito trovato lavoro nella palestra nella quale mi allenavo».

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Proprio lì, però, incontri Hadar e tutto cambia?

«La mia compagna è israeliana, di Tel Aviv, si chiama Hadar Graf. Con l’Italia, però, ha sempre avuto un rapporto speciale. Il padre ha studiato medicina in Italia e lei a Firenze si è laureata in viticultura ed enologia. Dopo aver terminato gli studi ha trovato subito lavoro all’Ornellaia e si è trasferita stabilmente nei pressi di Donoratico. Poco dopo si iscrive alla palestra nella quale da pochi mesi stavo lavorando. Io dovevo essere il suo consulente personale».

Non sei stato un bravo insegnante, vero?

«Esattamente, appena l’ho vista mi è piaciuta. Ogni occasione era buona per uscire di palestra e bere qualcosa insieme e parlare. Credo di non averla allenata neppure un giorno. Per un anno ci siamo frequentati e lei si è trasferita a casa mia a Cecina e abbiamo iniziato a convivere poco dopo».

Una storia seria, tanto che lei decide di presentarti la sua famiglia?

«Hadar voleva che vedessi Tel Aviv e ovviamente farmi conoscere la sua famiglia. Così, verso la fine del 2009, decidiamo di passare tre mesi, quelli di scadenza di un semplice visto turistico, in Israele. Per me era un grosso passo, io non avevo mai viaggiato e neanche mi interessava più di tanto. Sono un tipo abitudinario e stanziale. Mia madre Virginia non era molto contenta, spaventata anche da quello che sentiva in televisione, in primis i problemi di sicurezza per il conflitto israelo-palestinese. Mio padre Rosario, invece, era quasi felice che me ne andassi, uomo all’antica mi voleva più indipendente».

Così, nel giro di pochi mesi, da Cecina ti ritrovi in una grande città distante quattromila chilometri?

«E dopo cinque anni sono ancora qua (sorride). L’impatto è stato positivo, anche perché qui ho capito subito di poter coltivare le mie due passioni: la musica e il fitness. C’è un detto israeliano che dice “Gerusalemme prega, Tel Aviv si diverte”. Tel Aviv, infatti, è un po’ come New York, non dorme mai e ci sono molti locali notturni e discoteche, oltre a centro fitness aperti 24 ore su 24. Ero molto attratto dalla città, ma per un mese io e la mia compagna siamo stati nel “moshav”, una sorta di comunità simile al kibbuz, ma più aperta, con i suoi genitori».

Il richiamo della vita di città, però, è forte per restare troppo nel moshav?

«In realtà stavamo bene dai genitori di Hadar. Anche se sapevo che non c’erano problemi, però, proposi alla mia fidanzata di prendere una casa in affitto in città. Anche se inizialmente non fu per niente facile trovare un lavoro. Per lavorare in Israele, infatti, è necessario ottenere un permesso. Questo si ottiene in due modi: o sposando una persona israeliana o dimostrando, in un ufficio che si chiama “mizrad apnim”, di avere una relazione con una persona israeliana. In questo ufficio ti chiedono di tutto, dalle foto che dimostrano la tua relazione fino alle conversazioni delle chat private. Dopo quasi dunque mesi di attesa finalmente, nel febbraio 2010, il mio permesso di lavoro è arrivato».

A quel punto inizi a cercarti un impiego a tempo pieno.

«E lo trovo subito, sia nei vari club molto in voga, come “Hatul ve anele” (tradotto il gatto e il cane), come dj di musica house, poi in palestra. Anche se il mio inglese non era buonissimo, l’istruttore italiano e di bell’aspetto era un elemento richiesto. Tanto che ho iniziato a lavorare alla catena “Holmes places” e un po’ di soldi sono iniziati finalmente ad arrivare. Il problema è che molte persone mi volevano per allenarsi anche alle 3 del mattino. Praticamente non vedevo quasi mai Hadar, che nel frattempo aveva trovato lavoro in una start-up che lavorava nel campo dell’high tech».

E allora che è successo?

«Mi sono fermato un attimo dopo quei mesi di intenso lavoro e ho deciso che volevo stare di più con Hadar. L’occasione d’oro è capitata verso la fine del 2010. Nell’azienda dove lavorava la mia compagna cercavano un nuovo Seo (acronimo inglese che sta per Search Engine Optimization)».

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Niente a che fare con i tuoi studi di legge o il lavoro da personal trainer.

«Vero. Per fortuna, essendo un’azienda in espansione, veniva richiesta solo la conoscenza della lingua italiana, e la formazione la facevano loro. L'attività Seo consente un facile reperimento del sito da parte degli utenti che cercano sui motori e normalmente determina l'aumento del volume di traffico qualificato (utenti specificamente interessati) che un sito web riceve tramite i motori di ricerca».

Quello è un punto di svolta, vero?

«Esatto, il nuovo lavoro mi ha permesso di costruire una famiglia, comprare casa e coltivare anche le mie passioni. Ma ancora di più di stare con Hadar e i miei due bambini: Yarden di 3 anni e Jonathan che ha 7 mesi».

Quindi non ti manca l’Italia?

«Israele mi ha dato molto e la fiducia nelle istituzioni e l’orgoglio per la propria patria è qualcosa che l’Italia non ha. Mi manca molto, però, il mio Paese e spesso con Hadar parlo del futuro dei nostri figli. A Tel Aviv l’aria che si respira è tranquilla e non si vive l’angoscia di altre zone del paese per il problema degli attentati terroristici. Certo, la prima volta che fui svegliato nel cuore della notte dalle sirene che avvertivano del pericolo dei missili di Hamas è stato scioccante, ma come gli israeliani ci si deve fare l’abitudine per andare avanti nella vita di tutti i giorni. Quello che mi preoccupa di più, però, è il servizio di leva obbligatoria, visto che terminati gli studi superiori lo stato ti “prende” letteralmente per un anno e mezzo i tuoi figli e spesso questi si trovano ad operare anche in zone a rischio. Per adesso, dunque, sono felice qua, ma in futuro potrei anche tornare in Italia con la mia famiglia».

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