Proteste
Biancopece è il legno abbandonato
Chiara Monelli restaura, reinterpreta e ricicla oggetti d’arredo
SAN VINCENZO. «Da grande vorrei continuare a sperimentare e a divertirmi lavorando». Salva il legno abbandonato e gli ridona vita, sotto le vesti della sua fantasia. Chiara Monelli, in arte Biancopece, ha 37 anni ed è di Campiglia Marittima. Vive tra San Vincenzo e il comune natìo con il compagno Mauro e il loro piccolo Tiziano, di due anni. È laureata in Lettere moderne ad indirizzo storico-artistico ed ha un master in Gestione del patrimonio culturale. Biancopece, dicevamo. «Biancopece – dice Chiara – è un laboratorio in cui sperimento dal 2009 restauro, reinterpretazione di oggetti d’arredo e riciclo, anche se il mio incontro con questo tipo di creatività avvenne dieci anni fa. Produco la maggior parte dei materiali con cui lavoro: vernici e cere per patinare. Le parti di ferramenta sono perlopiù riciclate da oggetti che trovo e non posso riutilizzare. La stoffa la recupero da abiti e coperte dismesse».
Accanto a casa, nell’ex stalla del bisnonno, Chiara fabbrica le proprie vernici secondo processi rinascimentali. «La tempera all’uovo la faccio secondo una ricetta ricavata dal Libro dell’arte di Cennini, la vernice a base di gesso è anch’essa una ricetta antica che ho parzialmente rivisitato nella colorazione – dice –. I pigmenti che uso, infatti, sono diversi da quelli che si trovavano in passato. Uso terre, minerali, essenze vegetali o il carbone di vite per ottenere il nero e la gamma dei grigi. I collanti sono naturali e, per ovviare al problema della conservazione, uso olii essenziali».
Chiara descrive la magia di ciò che non si crea né si distrugge, ma che si trasforma con la fantasia: «Parto con la disinfestazione dai tarli di un mobile, uso il compressore per ripulirlo se non è fragile e lo tratto con l’antitarlo. Lo metto sotto vuoto, dove resterà circa ventuno giorni. Poi mi dedico alle parti da restaurare: pulizia superficiale del legno, smontaggio e riassemblamento delle parti salvabili, sostituzione delle parti compromesse. La fase successiva è la verniciatura, il mio divertimento: metto sul fuoco un grande paiolo con acqua e inizio a miscelare gli ingredienti e a cuocerli. Aggiusto le tonalità. Le mie vernici vanno stese calde e in almeno quattro strati se il legno riesce a sopportarli. Preparo la cera d’api per la patinatura finale. A volte riesco anche a cucire le stoffe. Il prodotto è finito con la lucidatura, che faccio con cenere e lana. Nel restauro classico di un mobile, però, uso mordenti e pigmenti per la colorazione e la patinatura sempre con cera d’api e olio».
A volte la aiutano il compagno, gli amici. La mamma con i lavori di cucito. Dalle discariche può raccogliere poco o nulla, ed è la strada a fornirle molto materiale. «Nelle discariche si trova molto materiale – spiega –, ma ho incontrato difficoltà per prendere svariati oggetti. Recupero dalla strada, dagli amici che hanno qualcosa di cui disfarsi e dagli amici degli amici». Una storia da fiaba, di poesia del contatto con i materiali lanciati con disprezzo in strada, memorie di arti e mestieri antichi che tornano a respirare lucidati da cenere di Fenice. E Chiara, in arte Biancopece, ha portato in giro le sue creature: dal Festival della creatività di Firenze ad Artetica di Lucca, e in tante mostre individuali.
Con sé Chiara custodisce gelosamente il nome della maestra che le ha insegnato i rudimenti della pittura e l’ha incoraggiata a sperimentare le tecniche e le sue peculiarità espressive. Il legno lanciato in strada dai signori e dalle fate ignoranti è tranquillo: sa che, oggi o domani, Biancopece arriverà e lo vestirà di vita.
Paolo Federighi
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