Il Tirreno

la storia

Biancopece è il legno abbandonato

di Paolo Federighi
Chiara Monelli in arte Biancopece
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Chiara Monelli in arte Biancopece

Chiara Monelli nel suo laboratorio di San Vincenzo salva gli oggetti abbandonati e gli ridona vita sotto le vesti della sua fantasia

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SAN VINCENZO. "Da grande vorrei continuare a sperimentare e a divertirmi lavorando". E intanto fabbrica le proprie vernici basandosi sui metodi riunascimentali, con procedimenti ecologici. Salva il legno morente e abbandonato e gli ridona la vita, sotto le vesti costruite dalla sua fantasia. Chiara Monelli, in arte Biancopece, ha 37 anni ed è di Campiglia Marittima. Vive tra San Vincenzo e Campiglia, accanto al Park Albatros, insieme al compagno Mauro e al loro piccolo Tiziano, di due anni. E' laureata in Lettere moderne ad indirizzo storico-artistico all'Università di Firenze ed ha conseguito un master in Gestione del patrimonio culturale. Ma cos'è Biancopece? "Biancopece è un laboratorio in cui sperimento il restauro, la reinterpretazione di oggetti di arredamento, il riciclo", dice Chiara.

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Biancopece nasce ufficialmente nel 2009. "In realtà il mio incontro con questo tipo di creatività è avvenuto circa dieci anni fa. In laboratorio cerco di produrre la maggior parte dei materiali con cui lavoro abitualmente: le vernici e le cere per patinare. Le parti di ferramenta sono tendenzialmete riciclate da oggetti che trovo e che non posso riutilizzare. La stoffa che uso spesso quando trasformo un mobile o una seduta le recupero da abiti e coperte dismesse". Accanto alla sua casa, dentro l'ex stalla del suo bisnonno trasformata in laboratorio, Chiara fabbrica le proprie vernici proprio come si faceva nel Rinascimento. "Uso vari procedimenti in base al tipo di vernice - spiega -. La tempera all'uovo, per esempio, la faccio secondo una ricetta rinascimentale ricavata dal Libro dell'arte di Cennini. La vernice a base di gesso è anch'essa una ricetta antica che ho parzialmente rivisitato nella colorazione. I pigmenti che uso, infatti, sono molto diversi da quelli che si trovavano in passato, e quindi mi sono dovuta adattare. Uso le terre, alcuni minerali e alcune essenze vegetali o il carbone di vite per ottenere il nero e la gamma dei grigi. Inoltre i collanti sono interamente naturali e, per ovviare al problema della conservazione, uso vari oli essenziali".

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Immaginate di entrare nell'ex stalla laboratorio e chiudete gli occhi: Chiara ci descrive la magia di ciò che non si crea né si distrugge, ma che si trasforma sotto il vento della fantasia. "Inizio sempre con le cose più facili, un po' per riscaldarmi, diciamo. Si deve pensare che in laboratorio ci sia di solito più di un pezzo in lavorazione. Parto con la disinfestazione dai tarli di un mobile, uso il compressore per ripulirlo se non è troppo fragile e lo tratto con l'antitarlo, poi lo metto sotto vuoto. In questo stato resterà circa ventuno giorni. Finito questo passaggio, mi dedico alle parti da restaurare: pulizia superficiale del legno, smontaggio e riassemblamento delle parti salvabili, sostituzione delle parti troppo compromesse. La fase successiva è quella della verniciatura, e qui viene il mio divertimento: metto sul fuoco un grande paiolo con acqua e inizio a miscelare gli ingredienti e a cuocerli. Poi aggiusto le tonalità. La quarta fase è quella della verniciatura. Le mie vernici vanno stese calde e in almeno quattro strati se il legno riesce a sopportarli. In seguito preparo la cera d'api per la patinatura finale. E la giornata finisce. Anzi no. A volte riesco anche a cucire le stoffe per le sedute che sto rielaborando".

 

E quindi arriviamo al prodotto finito. "Sì - spiega Chiara - il prodotto è finito con la lucidatura che faccio con la cenere e la lana. Nel restauro classico di un mobile, però, il procedimento è un po' diverso: uso mordenti e pigmenti per la colorazione e la patinatura sempre con cera d'api e olio". A volte la aiuta il compagno Mauro, soprattutto per le esposizioni e i mercatini, e gli amici. "Prima di avere un figlio mi aiutava mia mamma - dice - con i lavori di cucito; un grande aiuto il suo". Le discariche. Mentre raccontiamo, pensiamo alle discariche e a ciò che di meraviglioso potrebbero diventare i pezzi di legno, che una volta furono fieri mobili, sotto i colpi leggeri di Biancopece. Ma nelle discariche si prende poco ormai, e il materiale si raccoglie in strada o dalle persone. "Nelle discariche si trova molto materiale - racconta Chiara - ma, paradossalmente, ho incontrato difficoltà per prendere svariati oggetti. Quindi, adesso, recupero direttamente dalla strada oppure dal circuito che si è creato negli anni: amici che mi chiamano quando hanno qualcosa di cui disfarsi, a volte anche amici di amici, con un network che si allarga sempre di più".

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Chiara lavora anche su commissione: "Lavoro su commissione e in accordo al gusto di chi mi propone il lavoro, cercando comunque di mantenere il mio stile e soprattutto di far capire che per me ci sono dei punti dai quali non voglio allontanarmi: l'ecologicità dei materiali e il riciclo. Inoltre mi occupo anche di restauro in senso classico: sto imparando da autodidatta consultando vecchi manuali". Oggi, nell'epoca della superficialità di massa, stupiscono anche noi che le raccontiamo queste storie quasi uscite da una fiaba, dalla poesia del contatto con i materiali lanciati quasi con disprezzo in mezzo alla strada, come ladri di finta reputazione, memoria invece di arti e mestieri antichi che ricominciano a respirare di nuova vita, lucidati da una cenere quasi di Fenice dentro alla stalla che tanti ricordi di famiglia cela. Da lì Chiara, in arte Biancopece, ha portato in giro come figlie della propria anima le sue creazioni: al Festival della creatività di Firenze nel 2010, in due occasioni ad Apritiborgo nella stupenda natìa Campiglia, al festival dell'ecologia economica "Quanto basta" di Piombino, ad "Artetica" a Lucca, al "Sal8" dell'incantevole San Carlo e in tante mostre individuali. Con sé, una preziosa maestra di cui vuole custodire il nome, che "mi ha insegnato - dice Chiara - i rudimenti della pittura e mi ha incoraggiato nella sperimentazione dei mezzi tecnici e delle mie peculiarità espressive". Il legno lanciato in strada dai signori e dalle fate ignoranti è lì che aspetta: sa che, oggi o domani, Biancopece arriverà e li vestirà di vita.

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