Il Tirreno

IL CASO

Targa, l’enigma capannoni

di Manolo Morandini
Una veduta dall'alto della sfilata della Targa Cecina edizione 2014
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Una veduta dall'alto della sfilata della Targa Cecina edizione 2014

Cecina, dovevano essere strutture precarie e invece sono state autorizzate in cemento. La difformità viene rilevata solo oggi, a quasi trent’anni dalla realizzazione per il rinnovo della concessione

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CECINA. Otto capannoni e un ufficio con tettoia. Il tutto in solide mura dove la regola avrebbe dovuto essere la precarietà. Il Comune di Cecina e l'associazione Targa lo mettono nero su bianco nella convenzione del 27 novembre 1985. Nove anni, poi prorogati di altri venti, per la concessione a titolo gratuito di quel fazzoletto di terra, residuato dagli espropri della zona 167, in via Torres. Strutture prefabbricate che dalla concessione edilizia rilasciata nel 1986 dal Comune alla realtà si trasformano in cemento armato. Nessuno nota la differenza. Passano gli anni, ma lo scorso 31 ottobre i nodi arrivano al pettine. E l'evidenza si fa problema. Soprattutto all’atto di rinnovare la concessione in uso di quel terreno. La dimensione: per due volte la giunta porta le carte all'approvazione del consiglio comunale e in entrambe è costretta a fare retromarcia. Non si trova la quadra nelle leggi del diritto amministrativo. E in ballo ci sono immobili stimati per 1,3 milioni di euro che non si sa più di chi sono.

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Rispolvera i ricordi. All’epoca del via libera a quei maxi capannoni Renzo Cioni vestiva la fascia da sindaco di Cecina. «La Targa aveva ripreso vita da alcuni anni è si viveva una fase di rinnovato entusiasmo – afferma –. Il Comune aveva quel terreno derivato dagli espropri per la costruzione della zona 167. E affrontammo l’esigenza di dare ai rionali degli spazi coperti, in cui costruire i carri senza problemi. C’erano le condizioni per realizzare una struttura fissa. All’epoca l’escamotage rispetto alle leggi in vigore fu quello di dare l’area con la formula del diritto di superficie gratuito autorizzando la costruzione di strutture amovibili». E sulla scia dei ricordi Cioni lancia un auspicio per superare l’attuale empasse. «Serve un esperto di diritto amministrativo che possa trovare la soluzione per confermare quei capannoni alla Targa – dice –. Del resto, sono stati realizzati dall’associazione con molti sacrifici. Auspico che si trovi una soluzione con senso di responsabilità che segua il corso della precedente convenzione».

C’è una volontà larga in consiglio comunale: rinnovare la convenzione con la Targa, ma per mettere tutti d’accordo serve che si definisca una soluzione in linea con la normativa vigente. E lo scoglio oltre quei muri di cemento armato è rappresentato dalla posta in gioco: 1,3 milioni di euro. C’è chi sostiene che i capannoni andrebbero demoliti, oppure acquisiti a patrimonio del Comune. In entrambi i casi, anche se le circostanze non consigliano alzate di scudi, c’è da aspettarsi una Targa pronta a far valere il titolo di proprietà sugli immobili anche nelle vie giudiziarie. Fa appello alla ragionevolezza il sindaco Samuele Lippi: «La soluzione c’è, si tratta di perfezionare l’atto alla luce della normativa attuale. Dobbiamo mettere insieme la ragionevolezza con la norma perché non stiamo parlando di un privato o di uno speculatore ma di una realtà associativa che è patrimonio della città». Ma la materia è complessa. Una matassa con molti nodi. Tutti evidenziati nel consiglio comunale del 6 novembre da Paolo Barabino di Forza Italia. Che al di là dei tecnicismi ha liquidato il caso bollandolo come «zuppone».

«Lo scorso marzo ci siamo attivati per chiedere il rinnovo della convenzione al Comune per l’uso del terreno – dice la presidente dell’associazione Targa Susanna Pecchia –. Lo abbiamo fatto senza specificare la durata. Quei 29 anni sono inseriti nella proposta elaborata dagli uffici comunali. Anche la perizia sul valore dei capannoni l’abbiamo fatta su richiesta dell’ente. Tutti documenti che abbiamo prodotto all’epoca della giunta Benedetti». La presidente Pecchia non ci gira intorno: «C’è una concessione edilizia che non corrisponde alla lettera dell convenzione. Un problema che non fu affrontato a suo tempo e che è emerso solo adesso nell’iter di rinnovo della concessione. L’unica cosa che ci aspettavamo è che avremmo dovuto far fronte a un canone. Abbiamo costruito nella convinzione che la convenzione poteva essere rinnovata».

 

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