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A Castiglioncello i rifugiati hanno ritrovato il sorriso

A Castiglioncello i rifugiati hanno ritrovato il sorriso

Lorenzo Borghini ha 26 anni, e da quando è ragazzino frequenta Castiglioncello insieme alla famiglia. Il padre Fabrizio edita la rivista d’arte e cultura La Toscana. Anche Lorenzo, giornalista...

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Lorenzo Borghini ha 26 anni, e da quando è ragazzino frequenta Castiglioncello insieme alla famiglia. Il padre Fabrizio edita la rivista d’arte e cultura La Toscana. Anche Lorenzo, giornalista pubblicista, si occupa d’arte e cultura.

A Castiglioncello ha incontrato i migranti presenti nella località dal maggio scorso e di questo incontro ci ha inviato le sue impressioni.

Come ogni anno sono arrivato a Castiglioncello verso la fine di luglio e, passando dalla pineta, la mia attenzione è stata catturata più volte dalla stessa scena che si ripeteva giorno dopo giorno. All'altezza del ristorante Cardellino, una dozzina di ragazzi di colore – probabilmente africani – giocavano a calcio con tanto di casacche e scarpini. “Chissà chi sono. Forse una squadra di calcio” pensai.

Dopo qualche giorno un mio amico di Roma venendomi incontro mi disse: “Lorè ce stanno dei rifugiati politici dietro casa mia. Sono ospiti all'hotel St. Vincent. Parlano francese, prova ad incontrarli”. Improvvisamente sul mio volto si disegnò un sorriso degno dei migliori giorni di festa. Finalmente nella tranquilla Castiglioncello succedeva qualcosa di forte. Presi la palla al balzo e, insieme ad un amico – con cui ho trascorso dei mesi in Francia – sono andato ad intervistarli munito di registratore e di tanta curiosità. L'incontro è stato fissato alle 21; appena arrivati alcuni ragazzi ci hanno fatto accomodare nel giardino dell'albergo e, dopo averci fatto sedere su due sedie si sono messi in semicerchio di fronte a noi. Si è creata una situazione strana, tutti gli occhi erano puntati su di noi, l'emozione era tanta, al pari della voglia di conoscere le storie di questi ragazzi che si erano impossessati della mia attenzione.Youssouf, 29 anni, prese la parola iniziando a raccontare la sua storia e quella del loro paese.

Provengono tutti dalla Casamance, una regione del Senegal in cui vivere è diventato quasi impossibile. Il banditismo è all'ordine del giorno, la situazione è insostenibile. «Se hai membri della famiglia invischiati nella resistenza devi andartene sennò la tua vita è in pericolo costante», disse Youssouf.

Lui e i suoi compagni di sventura – che fra loro si sono conosciuti in seguito – hanno dovuto percorrere più di seimila chilometri per arrivare in Libia, passando per il Mali, il Burkina Faso e il Niger. Sono stati costretti a pagare tangenti per attraversare i vari posti di blocco formati da poliziotti corrotti che oltre a prendere soldi distribuiscono manganellate come fossero caramelle.

«Quando ti picchiano non devi piangere mai. Se ti fai vedere debole gli dai soddisfazione. Devi guardarli dritti negli occhi e non crollare».

Mentre la storia diventava sempre più triste e dura altri ragazzi si univano al gruppo allargandolo visibilmente.

Nei momenti di maggior pathos in cui la voce di Youssouf si abbassava diventando quasi un sussurro a causa dell'emozione che stava prendendo il sopravvento, mi sembrava di essere in mezzo a una tribù di fratelli che hanno subito tante ingiustizie dalla vita, fratelli a cui è stata strappata l'adolescenza e nella maggior parte dei casi la dignità. Gli occhi di questi 29 ragazzi ci guardavano scossi nel rievocare momenti terrificanti.

Venne fuori che tutti i ragazzi lì presenti erano stati incarcerati in Libia per un lasso di tempo di circa tre mesi. Quel paese non tollera gli immigrati e per questo sono stati trattati come animali.

«Mi facevano usare le mani come fossero piatti. Nella sinistra depositavano circa 10 cl d'acqua che dovevo bere prima che si disperdesse e nella destra 50 gr di riso», ricordava Youssouf prima di commuoversi davanti ai nostri sguardi stupiti. Ero sinceramente sconvolto dalle loro storie perché eccetto Youssouf e Amidou entrambi di 29 anni, gli altri ragazzi sono tutti tra i 18 e i 20 anni e quando ho chiesto quanto hanno impiegato mediamente per arrivare in Italia mi hanno risposto quasi tutti 3 anni. Alcuni di loro sono partiti a 15 anni lasciandosi alle spalle un'infanzia difficile e non vivendo la propria adolescenza, dovendo fare i conti con povertà, violenza, prigione, fame e lavori di ogni genere. Amidou iniziò a parlarci della Libia come un bambino parla di un orco cattivo. Era spaventato e ferito dopo un colpo di pallottola ricevuto al piede destro, ma quando arrivò dentro una farmacia in Libia a chiedere aiuto, nessuno glielo concesse. Nessun farmacista gli diede medicine e consigli utili per una rapida guarigione. «Perché non ti hanno aiutato?», gli abbiamo chiesto.

«Perché sono nero. Se il colore della tua pelle è troppo scuro in Libia ti lasciano morire», rispose. Ci disse che loro sono a Castiglioncello da quasi tre mesi e che a breve partiranno per la Basilicata. Ho scoperto che questi ragazzi sono stati accolti grazie al programma dell'Arci, che gli ha permesso di stare nell'oasi castiglioncellese. Quando ho chiesto ad Amidou come si è trovato durante il soggiorno qui, mi ha detto che gli abitanti del paese li hanno accolti benissimo. «Quindi non hai visto razzismo nei vostri confronti?» gli ho chiesto.

«Qui?» mi ha chiesto ironicamente sorridendo. Pensavo che in un paesino come Castiglioncello fosse davvero difficile integrarsi per dei ragazzi senegalesi che non parlano quasi per niente italiano, ma dopo aver ascoltato le loro storie e dopo averli visti giocare a calcio con ragazzi del posto che non parlavano affatto francese, ma che si intendevano solo a gesti, ho capito che per loro è stata una grossa fortuna capitare qui piuttosto che in grandi città come Roma e Milano, dove giovani puri e martoriati come loro sarebbero potuti diventare merce di scambio, manodopera a basso costo o peggio ancora corrieri di droga manipolati da brutti ceffi che potrebbero illuderli che quella sia la cosa giusta da fare, perché di tutto si interesserebbero tranne della loro condizione di esseri umani feriti.

Dopo quell'intervista, ogni volta che li vedevo per strada li salutavo donandogli un sorriso o una stretta di mano, a volte anche un abbraccio, perché intuivo, guardandoli, che neanche tutto l'oro del mondo li avrebbe aiutati a scacciare i propri fantasmi; ma quei piccoli gesti di affetto e di comprensione forse sì, perché i loro occhi si illuminavano come quelli di un ragazzo che vuole ancora vivere, ricominciando tutto da capo, buttandosi nella mischia e rischiando il tutto per tutto pur di lasciarsi alle spalle un passato intinto di sangue e lacrime.

. Lorenzo Borghini

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