Toscana
«La mia guerra» il diario storico del vadese Marinai
VADA. Aldo Marinai è nato a Vada il 5 marzo del 1920; nonostante l'età è un appassionato divulgatore di memorie che scrive a mano e talvolta rielabora al computer con l'aiuto di figli e nipoti, per...
VADA. Aldo Marinai è nato a Vada il 5 marzo del 1920; nonostante l'età è un appassionato divulgatore di memorie che scrive a mano e talvolta rielabora al computer con l'aiuto di figli e nipoti, per ricordare le storie di guerra che ha vissuto da militare, che si intrecciano alla storia di Vada e del territorio. «Sono entrato nell'esercito il 16 marzo 1940, avevo vent'anni e la mia destinazione fu Asti, reggimento artiglieria motorizzata; in realtà una volta arrivato scoprii che gli unici mezzi a disposizione erano dei muli! Per me fu una grande delusione, la prima lettera che scrissi ai miei genitori era piena di lacrime» ricorda iAldo. Marinai ha combattuto anche sul fronte greco-albanese «ricordo il freddo, i viveri che scarseggiavano. Nel 1941 ritorna a Vada per un breve periodo e si sposa nel 1943 «lavoravo alle officine della fabbrica Solvay e le fedi ci furono fornite dall'officina dove lavoravo; erano di acciaio inox perché l'oro era stato dato alla patria» e aggiunge «quello stesso anno fui chiamato di nuovo dall'esercito, destinazione Livorno. Era un periodo difficile, ricordo un giorno di fine agosto una missione a Pisa dove ci fu un terribile bombardamento. Arrivati di fronte alla Saint Gobain non potevamo camminare perché la strada era letteralmente coperta da cadaveri». Il 1944 Aldo ritorna a Vada e rientra alla Solvay «al centro dell'officina c'era una bomba inesplosa e il capo officina chiese a me come toglierla, ma era molto pericoloso, era un compito da artificiere -e aggiunge- una settimana al mese dovevamo lavorare con i tedeschi, dovevamo raccogliere il filo spinato». Legato a questo periodo Aldo ha un forte ricordo «un giorno che lavoravamo per i tedeschi, controllati a vista da due loro prigionieri russi, decisi di scappare, avevo paura di essere deportato in Germania. Cercai di scappare in bicicletta ma uno dei due russi mi sparò con la mitragliatrice; per fortuna avevo fatto amicizia con l'altro prigioniero, eravamo coetanei, e lui fece deviare la scarica sull'asfalto, salvandomi». Nel frattempo gli americani si avvicinavano sempre più a Vada «capimmo quando arrivarono gli americani grazie a un fatto. Eravamo ospiti della famiglia Carlevaro e la loro donna di servizio, Evelina, un giorno preparò qualcosa da mangiare da portare ai tedeschi “per tenerli buoni”. Tornata a casa ci disse che lei tedeschi vestiti in quel modo non ne aveva mai visti e che poi masticavano sempre qualcosa, non sapeva cosa fossero le gomme da masticare» e conclude. «Dopo qualche giorno arrivarono gli americani e dalla piazza arrivò il Comitato di Liberazione con Don Vellutini: era finito l'incubo della guerra».
Silvia Trovato
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