Attenzione
«Non siamo razzisti, il nemico è l’illegalità»
Un centinaio al sit-in. Vanni: «Basta spazi pubblici occupati, si perde il decoro» Chiesto un tavolo col Comune. Lippi: «Regole ma non solo per gli stranieri»
CECINA. I teli restano in negozio. Insieme alle merci che vorrebbero esporre in strada. Il gesto è eclatante. Una sottolineatura contro l’abusivismo, che smuove gli animi e porta i commercianti di Cecina e Marina a scendere in piazza, nella cornice di largo Cairoli, incassando il sostegno di tutte le associazioni di categoria. Ma così non è. Si resta nel solco delle regole al sit-in dove chiede anche un maggior decoro urbano. Parole misurate, per non macchiarsi dell’accusa di razzismo. Così gli esercenti, approfittando della pausa di chiusura pomeridiana, si mobilitano. Arrivano alla spicciolata, poco dopo le 15. Un centinaio. Ma ripartono tutti insieme. Alle quattro il presidio si scioglie, c’è da tirare su di nuovo le saracinesche.
Basta poco più di mezzora per portare in piazza le ragioni di una protesta che compatta il mondo del commercio e degli artigiani cecinesi. «Qualcuno doveva dire basta», così il promotore del sit-in Enrico Vanni apre la protesta. «Stavamo correndo il rischio di abituarci a una progressiva occupazione degli spazi pubblici e alla perdita di decoro urbano».
Al microfono si alternano i rappresentanti di Confesercenti, Confcommercio, Cna e i due presidenti dei Centri commerciali, Cecina centro e Marina. In piazza si fanno vedere alcuni esponenti della maggioranza Pd, Luigi Valori e Nicola Imbroglia, Paolo Barabino di Forza Italia e Pamela Tovani di Cecina Insieme. Ma soprattutto, ad ascoltare ci sono anche il sindaco Samuele Lippi e gli assessori Caterina Barzi e Paolo Biasci, la prima con delega alla polizia municipale e il secondo al commercio.
Le parole pronunciate ad alta voce dagli organizzatori seguono uno spartito condiviso e concordato tra le diverse anime del commercio. «La nostra protesta non ha niente a che fare con il razzismo e chiediamo all’amministrazione comunale, che in questi ultimi giorni ha intrapreso delle iniziative, che siano più incisive per risolvere il problema in modo definitivo». E ancora: «Chiediamo rispetto delle regole, e che non sia concesso alcuno spazio a merci di provenienza illecita».
Si tiene largo il tiro ma tutto porta a puntare il dito soprattutto contro i venditori abusivi che si muovono nelle vie della città, sulle spiagge o che si piazzano all’ombra della pineta di viale Galliano. «Serve un contrasto deciso per far capire che a Cecina si fa sul serio e solo dopo sarò possibile sedersi a un tavolo per trovare soluzioni alternative. Per esempio i mercatini etnici, purché ciò sia compatibile con la legalità».
Solo applausi sottolineano gli interventi. Nessuna contestazione. A margine si fanno vedere alcuni esponenti di Cecina Beni Comuni, con tanto di bandiera della Palestina. «Siamo qui per ascoltare e magari per decidere anche in quale negozio non fare più la spesa perché si sta facendo la guerra a della povera gente».
«Serve un tavolo per trovare una soluzione al problema», dice Umberto Chisci di Confesercenti. Attilio Camposano di Confcommercio non ha dubbi: «L’illegalità non è una questione di colore della pelle o di appartenenza politica. Avremmo voluto che anche le istituzioni prendessero la parola in questo contesto, non limitandosi ad ascoltare». Ma Vanni che dell’iniziativa è il padre frena. «Se Lippi non fosse venuto avrebbe perso un’occasione. Ci interessa che riesca a ridimensionare l’abusivismo e da parte nostra siamo disponibili a dare una mano. Per vent’anni in città è mancata la volontà politica di affrontare il problema».
Il sindaco Lippi ascolta, defilato dalle prime file. «Comprendo le ragioni della protesta, la richiesta di decoro e il contrasto all’abusivismo. Si tratta però di temi che non possiamo circoscrivere solo agli stranieri». Allo studio alcune soluzioni. «Dobbiamo pensare a un processo di integrazione – dice Lippi –. Per esempio, vorremmo dare delle alternative alla comunità senegalese, oltre ai tre giorni di mercato etnico a Marina vorremmo poter allungare le opportunità chiedendo anche la disponibilità dei comuni limitrofi ad ospitare l’iniziativa». Che conclude: «C’è un grido di allarme che va interpretato prendendolo anche come stimolo per la discussione in consiglio comunale e nelle commissioni competenti».
ALTRO SERVIZIO A PAG. 11
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google