Finanza
Matteoli, appalti del Mose ecco perché è indagato
Nel mirino gli interventi di bonifica per il recupero di aree fortemente inquinate L’accertamento di eventuali aspetti penali sarà svolto dal Tribunale dei ministri
CECINA. Da fonti della procura di Venezia emerge che è il settore delle bonifiche ambientali il filone che coinvolge l’ex ministro cecinese Altero Matteoli nella vicenda della nuova inchiesta sugli appalti del Mose. Il senatore di Forza Italia ha sempre smentito un suo coinvolgimento nei fatti che lo vedrebbero coinvolto all’epoca in cui era ministro dell’Ambiente e successivamente ministro ai Trasporti, nei governi Berlusconi. Il nome di Matteoli girava da tempo nelle inchieste veneziane sulla nuova tangentopoli, ma il politico cecinese di centrodestra ha finora sempre smentito il proprio coinvolgimento. Matteoli non è tra i nomi degli arrestati. L’ex ministro è indagato e il fascicolo è stato inviato dalla Procura veneziana al Tribunale dei ministri. L’ipotesi è che il politico abbia ricevuto denaro per una serie di bonifiche ambientali dei siti inquinati di Mestre. Circostanze che l’ex ministro ha smentito. L’accertamento di eventuali aspetti penali a carico dell’ex ministro cecinese dovrà essere svolto dal Tribunale dei ministri che, in questa situazione, si sostituirà di fatto ai tre pubblici ministeri, Stefano Buccini, Stefano Ancillotto e Paola Tonini, titolari dell’inchiesta veneta.
La Procura riferisce che Matteoli è finito nell’indagine in relazione ad interventi di bonifica per il recupero di una serie di aree fortemente inquinate prospicienti la laguna di Venezia nella zona tra Marghera e Mestre. Si tratta di una vasta area nella quale è stato realizzato un sarcofago per contenere lo sversamento in laguna per dilavazione delle sostanze tossiche depositatesi per anni. Si chiariscono quindi i contorni della vicenda che vede coinvolto Matteoli. Si tratta di lavori per i quali lo Stato aveva stanziato, all’epoca, oltre un miliardo di euro, poi gestito dal Consorzio Venezia Nuova, che aveva affidato le opere alle sue associate. La presunta dazione all’ex ministro, gli atti sono secretati, sarebbe legata al suo potere di controllo del Magistrato alle acque, che avrebbe favorito l’intervento del Consorzio Venezia Nuova.
Nell’ordinanza del Giudice per le indagini preliminari (Gip) che ha portato ai 35 arresti, Matteoli compare in un passaggio riguardante la realizzazione di un'opera accessoria del Mose, la “conca di navigazione”. In quest’ambito il Gip avverte che risultano relazioni controverse quando appaiono “rapporti non tra Magistrato alle acque” (organismo statale) “e Consorzio Venezia Nuova”, ma – afferma il Gip – tra “Magistrato alle acque e terzi soggetti”. Per il Gip “risulta assolutamente ingiustificata la loro presenza nei computer del Consorzio, spiegandosi di fatto solo con l’indebita sostituzione del Magistrato alle acque da parte del Consorzio nella gestione di questi rapporti, rispetto ai quali il Consorzio nulla doveva aver a che fare”. Il Consorzio, quindi, è la tesi dei magistrati, scavalcherebbe il Magistrato alle acque in almeno un’occasione, e lo farebbe contattando l’allora ministro.
Matteoli, già qualche tempo fa, aveva chiesto attraverso i suoi legali di essere sentito dalla Procura di Venezia confermando di aver «ricevuto notizia di un procedimento che mi vedrebbe coinvolto» ed aggiungendo: «non avendo nulla da nascondere e non avendo mai percepito alcunché, ho richiesto tramite i miei legali di essere sentito da magistrati di Venezia, per chiarire la mia posizione e per fornire ogni chiarimento che mi verrà richiesto».
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