La protesta
«Ho sempre inseguito giustizia e legalità»
Il presidente del Senato davanti a centinaia di studenti ha parlato della sua vita e della sua battaglia contro la mafia
ROSIGNANO. «Mi sento una persona normale alla quale piace stare in mezzo ai giovani. In tutta la mia vita, da circa un anno alla mia prima esperienza politica e nei precedenti quaranta di magistratura ho sempre inseguito la legalità, la giustizia e la verità». É con queste parole che ieri mattina il presidente del Senato Pietro Grasso è intervenuto davanti ad un teatro Solvay colmo di studenti presenti per confrontarsi con un uomo che, oltre a rappresentare la seconda carica dello Stato, è il simbolo della lotta alla mafia. Un evento per il quale si sono rese necessarie imponenti misure di sicurezza e al quale hanno preso parte, oltre ai tantissimi alunni delle scuole medie Fattori, dell'Isis Mattei, del liceo Fermi e del Polo Cattaneo di Cecina anche il sindaco Franchi che ha accolto Pietro Grasso attraverso un caloroso benvenuto, la giunta comunale, l'onorevole Silvia Velo, il senatore Marco Filippi, l'onorevole Maria Grazia Rocchi, l'assessore regionale Gianfranco Simoncini, il presidente della Provincia Kutufà e molte autorità civili e militari.
«É un onore infinito averla qui con noi signor Presidente - ha aperto il Sindaco - lei è un riferimento morale per tutti noi, un esempio da seguire che rappresenta il riscatto per il nostro paese». Un incontro, volto a spiegare alle nuove generazioni la cultura della legalità, legato allo spettacolo "Dopo il silenzio" del regista Alessio Pizzech tratto dal libro di Grasso "Liberi tutti. Lettera a un ragazzo che non vuole morire di mafia" che è andato in scena ieri sera al Teatro Goldoni di Livorno. Il presidente del Senato ha quindi raccontato molti episodi che hanno caratterizzato la sua vita, dagli studi nella città di Palermo alla sua attività di magistrato iniziata a soli 24 anni a Barrafranca, piccolo paese dell'entroterra siciliano, dai primi passi mossi come Procuratore nazionale antimafia ai rapporti con i giudici Falcone e Borsellino. «Le scelte più importanti della mia vita - ha raccontato - sono state influenzate dagli episodi vissuti nella Palermo del dopoguerra. Erano anni nei quali i mafiosi agivano con arroganza sicuri della loro impunità, anni di uccisioni e di stragi, anni nei quali non si capiva la vera natura della malavita e nei quali la violenza imperversava nelle strade». «La mafia - ha spiegato - è un qualcosa di più di un'organizzazione criminale che cerca il consenso dei cittadini in tutti i modi proponendosi spesso come una mamma poiché dà possibilità di lavoro chiedendo in cambio la fedeltà e il mantenimento dello stato di omertà».
Il presidente del Senato ha raccontato vari avvenimenti che hanno segnato la sua carriera per giungere al giorno che cambiò per sempre la sua vita, quando il presidente del Tribunale gli chiese di diventare giudice nel maxiprocesso a Cosa Nostra con 476 imputati. «Ero consapevole - ha confessato - che la vita della mia famiglia sarebbe cambiata totalmente ma del resto sapevo che se avessi rinunciato avrei abbandonato anche la magistratura. Un maxiprocesso con 120 omicidi e 438 reati durante il quale Borsellino mi diede le sue agende e i sui quaderni per districarmi dalle migliaia di carte. A distanza di pochi giorni dall'incarico, appena mio figlio di 14 anni uscì di casa suonarono a mia moglie dicendole "i figli si sa quando escono ma non si sa quando tornano". Fu per noi una decisione sofferta ma non denunciammo l'accaduto perché il loro scopo era capire come noi reagivamo».
«Da un giorno all'altro mio figlio era diventato orfano di un padre - ha raccontato emozionato - circondato sempre da uomini armati ma il rancore di quegli anni e la strage di Capaci lo colpirono talmente che oggi abbiamo recuperato il nostro rapporto e lui dirige la squadra mobile dell'Aquila contro la criminalità». «Tutta la mia attività è sempre stata ispirata dal senso del dovere - ha detto ai ragazzi - non dobbiamo mai farci abbattere dalle delusioni ma unire sempre le nostre forze per andare avanti. La mafia non ha ideologia e colore politico. La mafia, colpevole di aver sciolto nell'acido il piccolo Matteo di 12 anni o di aver fatto saltare in aria l'auto di Borsellino va combattuta attraverso una lotta di massa con ogni mezzo, anche sociale e culturale».
«Vi auguro - ha concluso - di avere il coraggio di essere adeguati a questo orizzonte culturale e vi chiedo di impegnarvi quotidianamente per costruirvi il vostro futuro. Come mi disse il magistrato Antonino Caponnetto "Fatti forza ragazzo, vai avanti a testa alta, schiena dritta seguendo solo la tua coscienza"».
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