Attenzione
«Ndoye voleva vendicarsi perché io l’ho denunciato»
Il senegalese che ha contribuito all’arresto di Ablaye replica alle sue accuse. «Non conoscevo Ilaria e sono sempre stato a disposizione degli inquirenti»
CASTAGNETO. «Non ho niente da nascondere e la verità è quella che ho sempre dichiarato ai carabinieri. Sono contento che sia stata fatta giustizia per la ragazza di Castagneto. Era un fatto troppo grave e il senso di giustizia mi ha guidato». Così Cisse Amsatou, 32 anni (in Italia da 12 anni, regolare) da tutti conosciuto come Amsa, ha commentato la notizia dell'ergastolo disposto al connazionale Ablaye Ndoye che, lunedì, durante l'udienza finale del rito abbreviato, ha fatto una dichiarazione spontanea puntando il dito proprio contro di lui: «Il pm si è lasciata sfuggire il vero colpevole – ha detto in aula – avrebbe dovuto indagare su Amsa, Ilaria Leone, aveva debiti nei suoi confronti legati alla droga».
«Io non la conoscevo - spiega Amsa : come non ho mai fumato, nè fatto uso di droghe. Anche con Ablaye non c'erano rapporti di amicizia. Lui veniva spesso da noi a mangiare, a fare la doccia, ma tutto qui. Lo ospitavamo perché così vuole la nostra cultura. Era un po’ escluso dalla comunità, non lavorava, era considerato la pecora nera. Credo che abbia detto queste cose per vendicarsi di me. Sono sempre stato a disposizione degli inquirenti e anzi mi sono stupito di non essere stato chiamato come testimone».
Il due maggio del 2013 quando il corpo di Ilaria Leone fu ritrovato nell'oliveto in località Piantoni, a Castagneto Carducci, Amsa ricevette una telefonata da Ndoye. «Si mi chiamò – racconta – dicendomi che mi doveva far vedere una cosa. Dopo lavoro, la sera, venne a casa e mi chiese di ripristinare un telefono. Mi disse che ce l’aveva da un mese. Ma quando lo accesi e controllai, come faccio sempre, mi accorsi che era stato usato di recente e presi tempo. Risposi che dovevo collegarmi ad Internet e che prima di un giorno non avrei potuto sistemarlo. Lui insisteva molto, ma dopo cena se ne andò». La mattina del 3 maggio Amsa si era recato al lavoro, come sempre, ignaro di cosa era successo perché l'antenna della tv era fuori uso. «Un collega nei campi – conclude – mi raccontò cosa era successo e appena fatto il nome di Ilaria mi ricordai di averlo letto nel telefono e corsi in caserma. Quando lo hanno preso era ancora a casa nostra».
Divina Vitale
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