Proteste
«Mi chiese di ripulire il cellulare»
Parla il senegalese che ha denunciato l’assassino: se avessi taciuto mi sarei sentito colpevole
DONORATICO. «Quando ho capito che quel cellulare apparteneva alla ragazza uccisa sono andato dai carabinieri». Si chiama Cisse Amsatou, ha 32 anni e tutti lo conoscono come Amsa («scritto come si pronuncia»). Non ci tiene a farsi intervistare ma è il simbolo di una comunità senegalese che possiede al suo interno un forte senso della giustizia. Venerdì mattina Amsa ha bussato alla porta dei carabinieri di Donoratico e ha denunciato il connazionale Ablaye Ndoye, l’uomo accusato dell’omicidio di Ilaria Leone. «Ho detto quello che sapevo - esordisce - ci sono le indagini e non posso parlare». Alla fine però qualcosa racconta.
Il giorno dopo l'omicidio Ablaye le ha fatto vedere il cellulare di Ilaria: perché?
«Non sapevo di chi fosse quel telefono, la ragazza non l'ho mai vista. Ablaye è passato di qui e mi ha mostrato un cellulare (un iPhone 4, ndr) chiedendomi se potevo riconfigurarlo».
Le ha detto dove lo aveva preso?
«No, non ha aggiunto altro».
Ma perché l'ha portato proprio a lei?
«Ho fatto le scuole e ho passione per gli oggetti tecnologici. Se sta qua un'ora vedrà che arriva gente a portarmi cellulari e computer per farmi cambiare la musica o caricare film. Insomma so metterci mano». (Qui il giovane mantiene il riserbo e non dice quando ha riconsegnato il telefono ad Ablaye e se lo ha riconfigurato, ndr)».
Quando ha capito che era della ragazza uccisa?
«Solo venerdì, mentre ero al lavoro. Giovedì non avevo visto la tv e non sapevo dell'omicidio. Il mattino seguente, invece, un senegalese mi ha detto cosa era successo e ha fatto il nome di Ilaria. A quel punto ho collegato e sono andato in caserma».
Si spieghi meglio…
«Quando Ablaye mi ha dato il cellulare l'ho acceso. Di solito la prima cosa che faccio è controllare i dati: messaggi, telefonate, ecc. Ho visto che era stato usato la sera prima e che era salvato col nome iPhone Ilaria. Quando al lavoro mi hanno detto come si chiamava la vittima ho messo insieme le due cose».
Dai messaggi è riuscito a scoprire perché l'ha uccisa?
«Me lo sono domandato ma non ho capito se si frequentassero o se ci fosse altro».
Quanto è stato difficile per lei andare dai carabinieri?
«L'ho fatto con il cuore. Se fossi rimasto in silenzio mi sarei sentito colpevole. Spero che questo gesto possa contribuire a far giustizia. Una ragazza di 19 anni non può morire così. La violenza deve star fuori dalla nostra comunità».
©RIPRODUZIONE RISERVATA
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