Il Tirreno

GLI ARGINI SALVEZZA DELL’ABITATO

di ANTONIO VALENTINI

di ANTONIO VALENTINI Fu il mio babbo, la mattina del 4 novembre 1966, a svegliarmi per andare a vedere la piena del Cecina. Mi pare fosse un venerdì e io, bambino, dormivo perché in quegli anni la...

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di ANTONIO VALENTINI

Fu il mio babbo, la mattina del 4 novembre 1966, a svegliarmi per andare a vedere la piena del Cecina. Mi pare fosse un venerdì e io, bambino, dormivo perché in quegli anni la festa dell’unità nazionale era festa per davvero e le scuole rimanevano chiuse. Anche lui aveva sonno. Era smontato dal turno notturno e poco dopo le 6 aveva percorso, con la sua Bianchina, quel tratto di strada tra Cecina e Palazzi che di lì a poco sarebbe diventato il fondo di un lago fatto di vortici, melma e tronchi d’albero.

Arrivammo sul ponte che ancora pioveva forte. Era pieno di gente, tutti a ripararsi sotto i verdoni di tela cerata col manico rosso. E tutti a guardare verso Palazzi, ovvero al di là del mare: l’acqua del fiume arrivava fino al passaggio a livello, copriva i distributori di carburante, circondava la casa colonica, andava a frangersi contro la massicciata ferroviaria e la scavava dal basamento. Pareva volesse portarsela via. Marina era allagata: per le strade passavano barche a remi, molti si ritrovarono sfollati, ovunque c’erano crateri aperti.

Ieri mattina, stesso ponte e medesima prospettiva, mi è tornata a mente quell’immagine dimenticata. Tanta gente, canne e tronchi che mulinellano nell’acqua, Aurelia interrotta, bloccata al traffico. Ma non diventata il fondale di un lago imprevisto: l’argine remoto destro, inaugurato in estate, ha retto alla forza d’urto della piena cinquantennale. E quello costruito negli anni ’90 sulla sponda sinistra, tra il ponte della ferrovia e la bocca del Cecina, ha impedito che Marina diventasse Venezia. Se Aulla, ad esempio, avesse avuto le arginature che sono state costruite a Cecina negli ultimi venti anni, la furia del Magra sarebbe stata in qualche modo mitigata: la piena avrebbe forse sopravanzato in altezza il terrapieno, ma l’oceano d’acqua da cui fu invasa la sera del 25 ottobre 2011 sarebbe stato tutt’al più un mar caspio. Rispetto a 48 anni fa, c’è poi stata una cabina di regia, allestita dalla protezione civile alla Pubblica Assistenza, pronta a raccogliere dati e organizzare interventi. Ciò nonostante i problemi non sono mancati, come una casa alle Gorette circondata dall’acqua e i suoi proprietari lasciati privi di soccorsi e soli con la loro paura. Però va riconosciuto che senza il sistema di protezione dell’abitato, Palazzi e Marina sarebbero finite sott’acqua.

Per il futuro, se in caso, si apre una partita più difficile rispetto a quella che ha portato alla lenta ma incisiva realizzazione degli argini. E si prospetta una scommessa. La partita consiste nella manutenzione delle massicciate, giusto per non ripetere l’alluvione di Vecchiano del Natale 2009, causata dalle nutrie che, riducendo a groviera i terrapieni del Serchio, ne provocarono la rottura con l’arrivo della piena. La scommessa sta nella foce e nel nuovo porto: sarà vinta se, come ieri pur in assenza di libeccio, lo sbocco a mare avverrà senza patemi. In caso contrario sarà un autentico guaio. E saranno i cecinesi ad aver perso la loro scommessa più importante.

. @amvalentini

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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