Il Tirreno

Gli anni difficili fra tecnocrati e tagli ai bilanci

di Antonio Valentini
Gli anni difficili fra tecnocrati e tagli ai bilanci

Conti in ordine e questo è un grande merito ma la vicenda-ospedale è stata gestita male

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Le ragioni personali che hanno spinto il sindaco di Cecina, Stefano Benedetti, a non ricandidarsi, meritano il massimo rispetto. Anche nel vecchio Partito comunista, da cui lo stesso Benedetti proviene senza soluzione di continuità, partito che faceva della massificazione il proprio tratto distintivo, si aveva un certo riguardo verso chi rinunciava agli incarichi. Assai meno ce n'era nei confronti di quanti pur essendo all'altezza, vi ambivano ma non facevano parte del cerchio magico, del ristretto serbatoio da cui di volta in volta venivano scelti i predestinati alle cariche pubbliche. Quest'ultimi, reprobi anche se dotati, nella migliore delle ipotesi finivano nel tritacarne del centralismo democratico; nella peggiore si trovavano a fare i conti pure con il ludibrio dell'allora larga comunità di iscritti e simpatizzanti. Tempi passati. Negli attuali, per certi versi più brutti perché privi di punti cardinali e per altri migliori perché ad appiattimento politico e culturale attenuato, è ovvio oltre che istintivo un doveroso rispetto da parte di tutti verso il sindaco che spiega di essere una persona ancor prima di un amministratore pubblico.

Tutti tranne qualcuno che, gettando la propria, consueta spazzatura nei social network cecinesi, ha ironizzato e sbeffeggiato chi viceversa merita stima e considerazione per la scelta difficile che ha compiuto. Guerriglieri da tastiera, che mai saranno ricordati nella microstoria locale.

Scarsa comunicazione. Ciò premesso, le questioni personali non possono cancellare una laica e serena valutazione sul quinquennio di Stefano Benedetti alla guida del Comune. A lui vanno riconosciute la rettitudine e l'attenzione ai conti pubblici, merce rara nell'Italia inondata dal malaffare. E gli va ascritta una bella dose di sfortuna, consistente nell'esser diventato sindaco dopo 24 anni di permanenza a vario titolo nell'amministrazione cittadina. Proprio nel momento in cui era più difficile governare la comunità locale, per l'inaffidabile quadro di riferimento politico nazionale, per l'iper-fetazione di leggi e regolamenti che hanno trasformato il governo locale in un puzzle da ricomporre giorno dopo giorno, per un patto di stabilità che impone di accantonare somme ingenti e di non spenderle per il bene comune: le strade sono piene di buche e i soldi stanno lì; i viali sono al buio e i soldi stanno lì; i marciapiedi sono roba da Terzo Mondo e i soldi stanno lì… Tutto è dovuto alla crisi e ai vani tentativi di uscirne. Ma se è così, perché a Cecina solo pochi l'hanno capito? Semplice: per una comunicazione deficitaria, nonostante l'affidabilità e la competenza dell'ufficio stampa.

Tecnocrati al potere. Ciò non pone una mera questione di forma, ma un problema di sostanza.

Nel Comune la tecnocrazia ha preso il sopravvento sulla politica e gli alti burocrati, è noto, non hanno bisogno del sostegno popolare - e quindi della comunicazione - per assicurarsi un futuro: sanno quando andranno in pensione, con quale anzianità e con quali emolumenti e che se anche gli amministratori cambieranno, loro resteranno lì, al loro posto. Nell'ultimo quin. quennio hanno assaporato qualcosa che somiglia all'onnipotenza: c'è chi ha dato l'ostracismo gratuito a un consigliere comunale, chi ha gettato una stampante dalla finestra senza subire un rimbrotto, chi per ruolo era titolato a intervenire e si è ben guardato dal farlo, chi si è divertito a frapporre ostacoli, lacci e lacciuoli a qualunque cosa e a decretare, subito dopo l'alba, il tramonto di ogni idea…

Sanità: braccio di ferro. Nessuno è riuscito a governarli né a fermarli e neppure si è azzardato a sanzionare i comportamenti più scorretti e sconvenienti. L'immagine veicolata all'esterno è dunque quella di una guida politica a sovranità limitata, stretta tra l'auto-referenzialità dei mandarini e l'atteggiamento muscolare della Regione, quest'ultima capace di calare dall'alto scelte non sempre condivise. Sulla sanità, ad esempio, si è consumato uno strappo (quasi) impossibile da ricucire: la riorganizzazione imposta dall'allora direttore generale Calamai ha goduto dell'iniziale, totale sostegno del partito di maggioranza relativa (il Pd) e dell'amministrazione Benedetti. Fin da subito apparve un aggiustamento al ribasso, concepito per deprimere l'ospedale senza potenziare i servizi sul territorio.

Chi governa, però, dapprima l'accettò com’era, nell'effimera sicurezza e nella suggestione quasi ipnotica che l'intensità di cure fosse la panacea e che il sistema sanitario potesse migliorare.

Fu una colpevole illusione: ogni cosa è peggiorata. È stato il Comitato di don Reno, raggiunto subito dalla fatwa piddina e tacciato di essere il cavallo di Troia della destra, a fare proprio un obiettivo storico della sinistra: la difesa della sanità pubblica. Senza la mobilitazione popolare, oggi l'ospedale di Cecina si limiterebbe a pronto soccorso e diagnostica.

L’autostrada? Mai invocata. È stata una frattura memorabile che, a ragione o a torto, in buona parte dell'opinione pubblica ha insinuato il convincimento che altrove si decide e a Cecina si esegue. Insomma, una politica timida e culturalmente succube dei centri di governo di maggior peso, che ha trasformato l’ex provincia felice in banale periferia.

La vicenda dell'autostrada, poi, ha trasformato il convincimento in un postulato: nessuno l'hai mai invocata, la superstrada è migliorabile ma sufficiente, il pedaggio che si paga a Vada per un semplice svincolo è un dispetto inutile, le sette rotatorie sulla via Emilia sono un intralcio. Infine non è detto che l'autostrada porti sviluppo: di sicuro c'è solo che impoverirà le tasche degli automobilisti. E anche qui il Comune è apparso timido, benché sotto traccia - dicono - abbia dato battaglia. Di ciò poco o nulla è emerso. Come al solito.

Minoranze appassite. C'è da osservare che la giunta Benedetti ha goduto di un’opposizione mai battagliera. Qualche volta ha alzato la voce sulle quisquilie, ma sulle cose importanti è apparsa consociativa e ciò non ha fatto il bene di niente né di qualcuno. È un fenomeno da indagare, il centrodestra cecinese: nel 2009 ha sfiorato l'impresa di conquistare il Comune per afflosciarsi subito dopo, appiattirsi e per forza di cose dividersi in quattro tronconi.

Il primo è rimasto assopito, giungendo persino a teorizzare la valenza politica del proprio torpore. Gli altri, privi di casa madre, hanno alternato veglie a stati di sonno. Qualcuno (Cecina Insieme) nelle ultime settimane ha mostrato un certo cattivismo, spargendo però la sensazione di essere più vocato al tumulto che alla rivoluzione. Se la minoranza avesse fatto il proprio lavoro, la maggioranza avrebbe mostrato meno sicumera e sarebbe stata più attenta.

Invece il consociativismo e le certezze da esso derivanti, hanno trasformato palazzo civico in un muro di gomma difficile da scalfire e penetrare.

Il porto e la grandeur. L'assenza di una normale dialettica tra maggioranza e opposizione porta alla vicenda di Bocca di Cecina, approvato all'unanimità in consiglio comunale nel 2010. Che servisse un riassetto della darsena, è una certezza. Il dubbio, se in caso, è la grandeur con cui è stato concepito il nuovo porto. In tempi come questi era sufficiente qualcosa di più sobrio, come il progetto di fine anni '90 che la prima giunta Pacini chiuse a doppia mandata in un cassetto, poi dimenticato. Va ammesso che la contro-partita è importante, poiché solo con i fondi pubblici mai sarebbero state eseguite le opere anti-erosione a Marina e alle Gorette. Però è singolare che nella società incaricata di realizzare l'opera più importante (e più impattante) di Cecina non vi sia alcun rappresentante dell'amministrazione comunale e che sia essa stessa, alla fine, a eseguire i controlli sul proprio operato.

La strada della pineta. In questo groviglio di cose fatte, non fatte e da fare, rischia di essere dilapidata la vera ricchezza turistica del territorio, vale a dire il tombolo sud, in cui il mare s’incunea sempre di più. Per di più il rimboschimento è fallito, le piante non hanno attecchito perché sono state scelte le essenze sbagliate. Ma Samuele Lippi ha proposto una strada litoranea per collegare Marina di Cecina a Marina di Bibbona, spazzando via le casermette.

La presenza di queste ultime è stata garanzia di tutela ambientale. Eliminarle significa esporsi al rischio del cemento, come se il calcestruzzo e non l'ambiente sviluppasse il turismo: una strada senza opere di urbanizzazione che strada è? Visto che c’è, perché non illuminarla?

Qualche chioschetto? Che dire, poi, di una residenza turistica attorno a un campo da golf? E nessuno avrebbe da obiettare se, dopo qualche anno, quegli appartamentini arrivassero a valere oro sui mercati tedeschi, grazie alla pineta, il clima e la vicinanza del mare. Italo Calvino la chiamava speculazione edilizia. Per questo, signor candidato alle primarie del Partito democratico, pensi piuttosto ad altro.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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