Sicurezza
«Una sanità eccellente che deve recuperare i rapporti umani»
Francesco Genovesi, responsabile del 118, va in pensione e mette in guardia sui rischi dell’intensità di cure
CECINA. È convinto che per conciliare il modello per intensità di cure con la mentalità latina secondo cui il reparto è il fulcro della sanità ci vorrà un po’ di tempo. «Per apprezzarne i lati postivi e migliorarne i negativi, come la spersonalizzazione della medicina».
Francesco Genovesi, da anni a capo del dipartimento di emergenza e urgenza dell’intera Asl 6, dal 31 gennaio andrà in pensione. E traccia un bilancio della sua lunga attività all’interno della sanità locale.
Nato a Firenze nel 1949, si è trasferito a Livorno da piccolissimo e ci è rimasto finora, a parte qualche periodo altrove (il liceo classico a Perugia e la prima parte dell’università a Roma per poi laurearsi a Pisa).
Dottore, ci racconti la sua storia professionale all’interno dell’Asl livornese.
«Dal 1974, per due anni, sono stato ispettore sanitario alla struttura di Monterotondo. Poi ho cominciato a lavorare nel mio settore (anestesia e rianimazione) con grandi primari, come Fontana, Casini e Logi, diventando primario del reparto. Poi nel 1997 sono stato nominato responsabile della centrale operativa 118 e infine direttore del dipartimento aziendale di emergenza urgenza».
Come è cambiata la professione medica in questi 39 anni?
«Quando ho cominciato l’ospedale di Livorno contava 1.400 posti letto, era una clinica. Allora la tecnologia era limitata, contava l’osservazione del paziente. Adesso è migliorato l’aspetto tecnico legato alla professione, ma è diminuito il rapporto con i malati. È un’attività sempre più spersonalizzante, e questo non fa altro che disorientare sempre di più i pazienti, che oggi si fidano più dei mezzi strumentali che della valutazione di un medico. Diciamo che quello tra medico e paziente è diventato un “rapporto industriale”».
Secondo lei c’è modo di recuperare questo legame?
«Diciamo che è necessario metterci più impegno per tornare a creare un rapporto».
Veniamo alla sanità livornese, è in buona salute?
«Abbiamo molte eccellenze, non solo a Livorno. Il livello medio dei nostri ospedali è molto alto: Cecina, Piombino e l’Elba non sono più strutture periferiche visto che danno risposte analoghe a quelle del capoluogo».
Livorno ha ottenuto la centrale 118 di zona, per lei un grande successo.
«È un bel riconoscimento, ma va detto che questo servizio in qualunque altra zona dell’Area vasta è analogo, perché in Toscana è di alto livello. Ora lascio un compito non facile, c’è la mia vice la dottoressa Rita Dragoni e la caposala Paola Tazzioli».
Parliamo del nuovo ospedale di Livorno, cosa pensa di questo progetto?
«Credo che una nuova struttura sia una necessità, anche perché in Toscana siamo rimasti gli unici ad avere un ospedale vecchio, che oltretutto è fuori legge per l’adeguamento sismico. Il problema grosso sarà capire cosa mettere dentro il nuovo edificio. Bisogna chiedersi quale sarà la medicina del futuro, mi preoccupa la capacità di immaginare esattamente come organizzarlo. Una volta che avremo chiarito i rapporti tra le strutture di Areva vasta i problemi saranno risolti».
Appunto, non crede che l’influenza dell’ospedale di Pisa resterà comunque forte?
«Pisa ha una medicina “super-specialistica”, ma la nostra specialistica di base è ottima, quindi credo che non ci sarà depotenziamento della sanità livornese, al limite si dovrà pensare a una ridistribuzione delle competenze. Adesso vengono usati male sia Pisa che noi, perché le persone vanno là anche per patologie assolutamente curabili da noi. Bisogna riportare i pazienti ad avere fiducia nelle nostre strutture, che sono assolutamente all’altezza».
Cosa pensa dell’applicazione del modello per intensità di cure?
«È un modello che nasce nel mondo anglosassone, sulla base di una mentalità diversa dalla nostra. Da loro i letti degli ospedali vengono riempiti in base ai bisogni, da noi la sanità si è sempre basata sui reparti. Abbiamo bisogno di tempo per capire i lati positivi di questa organizzazione e migliorare ciò che non funziona».
Cosa le è rimasto maggiormente impresso di questi 40 anni di lavoro e cosa farà dopo la pensione?
«È una professione totalizzante, e spesso viviamo tragedie che segnano. Più di tutte a me hanno segnato incidenti tragici o patologie inaspettata con protagonisti dei giovani. Quanto al futuro ci devo ancora pensare, forse potrei conciliare l’impegno nel settore del volontariato di cui conosco i lati di efficienza e umanità, con esperienze all’estero, alcuni colleghi me lo hanno proposto...».
Anna Cecchini
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