Italia
Pineta, flop del raddoppio scatta il piano salvataggio
Il maxi progetto del Comune si è rivelato un fiasco: il 70% delle piante è morto Ma ora la gestione è in mano alla Forestale: «Tra 20 anni avremo il nuovo bosco»
CECINA. Per dire se l’operazione avrà avuto successo bisognerà aspettare degli anni. E molti. Ma di sicuro, se nel 2030 la pineta del Tombolo sud sarà raddoppiata, gran parte del merito andrà riconosciuto alla Forestale, che dalla fine del 2011 ha preso in mano una situazione a dir poco catastrofica.
La storia. Il mega progetto ambientale portato avanti dall’amministrazione comunale di Cecina nel corso degli ultimi mandati sta – o stava – per trasformarsi in un fiasco. Delle oltre 26mila piante messe a dimora nel 2004 (tra le Tamerici e la casa del pastore), a quasi dieci anni di distanza appena 6.540 hanno attecchito. Senza considerare gli altri 4.600 esemplari piantumati nel 2009, nell’area a sud dell’eliporto. Anche qui con risultati assai deludenti. In definitiva, solo il 25-30% delle piantine messa a dimora ha serie possibilità di diventare grande. «Un mega flop», come ebbe a definirlo il consigliere di opposizione Francesco Musotto, costato ben 143mila euro.
Il nuovo corso. In questo decennio la gestione dell’area è stata affidata dal Comune a ditte diverse: la prima incaricata fu la Giardini e Ambiente sar di Lavello (Pz), che dopo aver piantumato pini e lecci del primo lotto si è occupata della loro manutenzione fino al 2006; poi l’amministrazione si è affidata alla ditta Frollani Giuliano sas di Castagneto e nel 2009 alla Castorani Paolo di Bibbona. Visti i risultati, attuali, verrebbe da dire che la catena di passaggi non ha funzionato. Così nel 2011, il Comune ha riconsegnato al demanio l’area precedentemente richiesta, in modo che a prendersene cura fosse il locale corpo della Forestale, che già gestisce la prospiciente riserva biogenetica del Tombolo. Un risultato che tutti auspicavano: «Non è una zona facile per far nascere un bosco: un tempo qui c’erano le paludi – spiega il dottor Massimo Celati, dell’ufficio territoriale della Forestale – Quando abbiamo acquisito la gestione dell’area, l'obiettivo era quello di completare il rimboschimento e assicurare la crescita delle piante già messe a dimora. Non un lavoro semplice».
Gli interventi. Il problema principale era legato al ristagno idrico: «Molte piante – spiega il dirigente della Forestale – erano seccate perché l’acqua ristagnava. Altre invece erano morte perché completamente sommerse. Inoltre i filari installati dal Comune erano troppo ravvicinati (appena 3 metri l’uno dall’altro, ndr) per consentire il passaggio dei mezzi meccanici necessari a smuovere e ossigenare il terreno. Così nella primavera del 2012 abbiamo dato il via ad alcuni interventi colturali per salvaguardare le piante sopravvissute: lavorazione del terreno, rifacimento delle fosse e potatura dei pini, che curiosamente erano stati innestati a coppie». Un fatto decisamente strano, quest’ultimo, che in molti casi ha obbligato gli uomini della forestale a espiantare almeno uno dei due esemplari messi a coltura. «Non possono crescere accanto, è chiaro – spiega Celati – Non credo che questo particolare fosse presente nel progetto iniziale. Più facile che vi sia stato un errore al momento della piantumazione». Gli interventi della forestale hanno avuto il loro effetto positivo ma parlare di risultati è prematuro. «Solo in un punto il rimboschimento del 2004 ha dato buoni frutti – spiega Celati – Per il resto, il 70% delle piante non ha attecchito. Così, nell’autunno del 2012 abbiamo inserito gli esemplari mancanti, circa 12mila, mettendo insieme a pini e lecci anche querce e frassini, che a nostro giudizio resistono meglio al ristagno idrico. Vedremo tra qualche anno se abbiamo avuto ragione».
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