Il Tirreno

Morte in fornace Condanna a un anno per l’imprenditrice

Morte in fornace Condanna a un anno per l’imprenditrice

Flora Nencini, cecinese, colpevole di omicidio colposo Sei mesi anche a un tecnico, prosciolto Luciano Serretti

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GROSSETO. Due condanne per la morte di Massimo Guidarini, l’operaio grossetano 44enne trovato senza vita nella notte tra l'8 e il 9 aprile 2007 nella fornace San Martino. Al termine di un processo iniziato nel febbraio 2010 e articolatosi per un lungo numero di udienze, compreso un sopralluogo nello stabilimento della disgrazia, il giudice Giovanni Puliatti ha riconosciuto colpevoli Flora Nencini, di Cecina (proprietaria con la famiglia, tra l’altro, della fornace di Palazzi), legale rappresentante della ditta Sanlorenzo (1 anno), e Luigino Nalesso, di Grosseto, tecnico esterno della sicurezza e della prevenzione infortuni (6 mesi). Entrambi erano imputati per omicidio colposo, nelle rispettive qualità e per i rispettivi compiti (pena sospesa a entrambi, non menzione per Nalesso). Il sostituto procuratore Salvatore Ferraro aveva chiesto condanne a 2 anni anche per il terzo imputato, Luciano Serretti, direttore dello stabilimento (come di quello di Palazzi, i cui impianti al momento sono fermi), anche lui cecinese, ma il giudice lo ha prosciolto per non aver commesso il fatto. Nencini e Nalesso sono stati condannati anche a risarcire le parti civili in separata sede, riconoscendo intanto 30mila euro di provvisionale a ciascuno dei quattro familiari costituiti, più le spese (16mila in totale). Gli imputati erano assistiti dagli avvocati Formichini, Giorgi e Risaliti, che attenderanno le motivazioni (deposito entro il 9 ottobre) per presentare appello. Gli avvocati Mascagni, Bencini e Bonomei rappresentavano i familiari: Clementina Cacioli, la vedova Manuela Bertocci in proprio e nella qualità di genitore di Giorgio Guidarini e Chiara Guidarini. Quella notte - quella tra Pasqua e Pasquetta - Massimo Guidarini, operaio esperto, faceva il turno notturno da solo all'interno della fabbrica. Il suo compito era quello di sorvegliare il ciclo continuo della cottura dei mattoni, il via vai dei carrelli automatici che trasportano il materiale "crudo" nel forno di cottura. Guidarini si infilò nel "preforno", la stanza che precede il forno vero e proprio, e lì uno dei carelli rimasti in movimento lo travolse. Particolarmente articolata e animata la fase finale del dibattimento, con tre udienze dedicate a requisitoria, intervento delle parti civili, arringhe difensive, repliche e camera di consiglio. La difesa, in particolare l’avvocato Alessandro Risaliti, ha insistito sui dubbi a suo giudizio esistenti nella ricostruzione di quella notte, non ritenendo più attendibile della propria la tesi proposta dal pm. Ha detto di non avere elementi per poter escludere l’ipotesi della presenza di una terza persona; ha evidenziato la contraddizione a suo parere esistente tra le parole preoccupate che la vittima avrebbe riferito a casa e la mancanza di una qualsiasi segnalazione di pericolosità in fabbrica; ha ricordato che la Asl non aveva ravvisato mai nulla di irregolare; ha parlato di un evento «abnorme», imprevedibile per qualsiasi misura di sicurezza, dalle motivazioni da ricercare esclusivamente nella volontà di Guidarini, operaio esperto. A discussione conclusa, la difesa ha poi prodotto una dichiarazione scritta attribuita a un operaio - fino a quel momento non entrato nella lista dei testi - relativa a certi movimenti in auto di quella sera. Una dichiarazione ritenuta ininfluente dall’accusa ma che è stata ritenuta inammissibile oltre che insolita dalle parti civili, che hanno chiesto la testimonianza in aula dell’operaio anche per poter rivolgere domande.

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