Sicurezza
Scontro sull’acqua di mare Solvay ribatte alla procura
L’azienda respinge l’accusa di aver diluito i fanghi e spiega perché patteggia Il sindaco: «Scarichi più sicuri con le sei vasche e la porta elettronica sul fosso»
L'accusa che a Solvay fa più male, a giudicare dalla risposta che la società di via Piave sintetizza in un comunicato 24 ore dopo la conferenza stampa della Procura della Repubblica di Livorno, è quella di aver aggirato i controlli diluendo i fanghi con l'acqua. La multinazionale, su questo aspetto, contesta il contenuto dell'indagine delle Fiamme Gialle e del sostituto Giuseppe Rizzo: «L'acqua di mare è sempre stata considerata come acqua di processo e come tale individuata ed identificata in ogni documentazione pertinente: pertanto l'utilizzo di acqua marina nei processi non ha mai avuto la finalità di aggirare i controlli", dice Solvay. Una difesa che si scontra con quanto sostenuto dagli inquirenti e dal consulente della procura, l'ingegner Albino Trussi, che dice invece che l'acqua di mare è solo acqua di raffreddamento.
La difesa di Solvay. Ieri pomeriggio la direzione dello stabilimento di Rosignano ha diramato una nota con la quale l'azienda intende spiegare le ragioni del patteggiamento oltre a rispondere - che per quanto le concerne - non ci sarebbe stato alcun aggiramento dei controlli. A proposito dello sforamento dei minimi tabellari per alcune sostanze denunciato dalla magistratura ( mercurio, piombo, selenio e fenoli) Solvay dice: "Le indagini hanno rilevato il superamento puntuale dei limiti tabellari per alcune specifiche sostanze. Per tali presunti superamenti l'azienda ha fatto presente le proprie argomentazioni tecniche e giuridiche". Solvay contesta anche il fatto che si sia parlato di fanghi inquinanti e diluiti per lo scarico a mare di solidi sospesi sottolineando come "sia la natura che la concentrazione di tali solidi non sono oggetto di contestazione e quindi non hanno alcuna pertinenza con l'istanza di patteggiamento". L'azienda aggiunge che la "gestione di tale scarico risponde ed è normata da specifiche autorizzazioni rilasciate dalle autorità competenti sulla base dell'accertata non tossicità dei solidi stessi, come peraltro ribadito dall'Arpat nel proprio comunicato del 5 giugno scorso".
Perché il patteggiamento. Ma se Solvay ritiene di non aver eluso i controlli e di non aver scaricato in mare fanghi inquinanti perché ha chiesto di patteggiare? Su questo aspetto l'azienda spiega in sostanza che il patteggiamento non sarebbe un'ammissione di colpevolezza ma esclusivamente una scelta, una strategia per evitare un contenzioso con gli investigatori che avrebbe potuto essere lungo e sfibrante. Scrive Solvay: «tenendo conto dell’episodicità dell’evento, degli interventi tecnici nel frattempo eseguiti, nonchè dell’attitudine collaborativa propria del gruppo Solvay, l’azienda ha ritenuto di non intraprendere un lungo e complesso iter giudiziario ma di presentare un’istanza di patteggiamento, comfermando le proprie argomentazioni tecnico-giuridiche e la non sussistenza di specifiche responsabilità».
Il sindaco: «Scarichi più sicuri». Il sindaco Franchi ieri ha voluto sottolineare “l’apprezzamento per la gestione del lavoro da parte della Procura e della polizia giudiziaria, con modalità di assoluta riservatezza ed equilibrio in una situazione molto delicata per il nostro territorio. Quello spirito è sempre stato anche quello del sindaco». «Il lungo lavoro - continua Franchi - ha prodotto risultati importanti, con investimenti da parte della Solvay Italia che permetteranno di innalzare i margini di sicurezza; infatti il ripristino e la pulizia di sei enormi bacini di raccolta, posizionati prima della confluenza degli scarichi a mare, oltre alla costruzione di una serranda automatizzata a sbarramento del fosso di scarico, permetteranno di gestire al meglio eventuali fasi di emergenza, evitando confluenze a mare». Quelle vasche - ricordiamo noi - erano già in funzione fino agli anni ’80, poi furono dismesse. Perché? Ora torneranno a lavorare.
Cartelli e divieto balneazione. Franchi ricorda che già nel 2011 è stato esteso il divieto di balneazione 100 metri a nord e a sud della zona di scarico dello stabilimento e «abbiamo obbligato a delimitare fisicamente le due zone di sbarramento». Ma ribadisce che si tratta di misure di maggiore cautela rispetto ai dati Arpat, «Con chiarezza diciamo che non poniamo preclusioni a valutare di estendere i limiti di divieto se fossero evidenziati dati che richiedono ciò». E intanto annuncia che posizionerà alle Spiagge Bianche cartelli che indicano che il colore non è frutto di un processo naturale.(a.r.)
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