Il dolore
Lacrime e silenzio per l’addio a Ilaria
Centinaia di persone al funerale, in prima fila Tinti e Kutufà Padre Silvano: «È un ferita, ma il paese deve ripartire unito»
DONORATICO. «Aspettami amore, mamma viene presto». Sara abbraccia la bara bianca, la carezza come fosse di carne. La sua stessa carne. E con la voce strozzata dal pianto saluta per l’ultima volta sua figlia Ilaria prima che si chiuda il bagagliaio del carro funebre e parta il corteo.
È la fine della cerimonia e in fondo alla scalinata della chiesa di Donoratico si è radunato un mare di persone. È un mare di silenzio, avvolto nel sole incerto di metà pomeriggio. Un’intera comunità è venuta a dare l’addio a Ilaria Leone, la giovane massacrata nella notte dopo il primo maggio scorso e trovata senza vita in un oliveto a ridosso di Castagneto. Ci sono gli amici di Ilaria, i parenti, le autorità tra le quali in prima fila il sindaco Tinti e il presidente della Provincia Kutufà. E poi c’è la gente comune. Oltre cinquecento persone si sono radunate attorno alla chiesa per assistere alla cerimonia.
Prima delle 16, ora fissata per i funerali, intorno alla parrocchia si formano capannelli di persone incredule. Gli amici di Ilaria non ce la fanno salire le scale, si siedono sui gradini e piangono, mentre i genitori della ragazza prendono posto in chiesa.
Poco prima delle 16 la chiesa si riempie, ma è piccola e non riesce a contenere le centinaia di persone che restano nel giardino, dove la funzione viene trasmessa con un altoparlante. Il paese è deserto, i negozi sono chiusi per lutto cittadino e la gente è tutta in piedi nel giardino intorno alla parrocchia. Occhiali scuri e volti immobili, tutti guardano verso la scalinata e ascoltano le parole di padre Fracasso. In prima fila c’è la famiglia di Ilaria: il babbo, la mamma e il fratello Mattia. Il loro è un dolore composto, senza grida. Ma è così potente da riempire il silenzio che aleggia nella chiesa.
Padre Silvano, durante l’omelia parla di Ilaria e dice che la comunità ha pregato per la famiglia e continuerà a farlo, «perché Ilaria è una di noi». La stessa unità che ha invocato, al termine della funzione, il sindaco Tinti. «La sfida che abbiamo davanti - dice il primo cittadino - è quella di una comunità che deve ripartire. La reazione del paese è stata di maturità e solidarietà, dobbiamo prenderci l’impegno di ripartire e di farlo tutti insieme».
E ancora padre Silvano, da uomo di Fede, ha spiegato che «il dolore di oggi arriva a Dio e non lascia insensibile il cuore del padre misericordioso». Dall’altare padre Silvano ricorda che la morte di Ilaria «è una ferita che non si rimarginerà, ma dobbiamo ripartire. Il Signore ha strappato Ilaria dalla nostra terra, dai nostri occhi perché aveva bisogno di un fiore, bello e gioioso e l’ha trapiantato nel giardino del cielo. Ogni volta che guarderemo in alto vedremo Ilaria».
Parole di dolore e speranza che il babbo di Ilaria ha accolto in silenzio, allungando di tanto in tanto un braccio per toccare la bara della figlia, come a voler la trattenere alla vita.
Commoventi le parole lette dal cugino di Ilaria, che ha ricordato la gioia che la contraddistingueva: «Ilaria era l’anello di congiunzione tra i piccoli e i grandi della nostra famiglai. Pensava ai rasta, al mortorino nuovo e a diventare una brava cuoca. Ilaria era il nostro raggio di sole, che non vedeva mai il male. Non smetteremo mai di amarti».
Anna Cecchini
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