La manifestazione
Una Castiglioncello da bere, tra attori e divi
La storia di Giovanni Marconi, il ferroviere che fece gol al Torino: «Ci bastava osservare da fuori il Tennis per sognare»
Intervista realizzata da Cristiano Cappellini e Marta Carnevali il 4 febbraio2013.
Se tua mamma era in Africa a lavorare, da piccolo con chi stavi?
«La mia mamma per quattro anni l'ho vista solo in foto, perché me la facevano vedere nelle fotografie, ma quando tornò io mi affezionai talmente tanto che sembrava non fosse mai partita, forse perché il sangue è più forte della lontananza. Io stavo coi miei zii, non avevano figli al tempo e io li chiamavo babbo e mamma e avevo due mamme e un babbo perché uno fu subito disperso, il mio babbo naturale. Quando la mia mamma tornò si venne ad abitare a Castiglioncello e mi dissero che lo zio non era il mio babbo e la zia non era la mia mamma, comunque li ho chiamati per molto tempo babbo e mamma perché a loro faceva piacere».
Poi lei tornò e da allora non vi siete più separati?
«Sì, si fece qui la casa, qui perché le piaceva e poi smise di fare l'ostetrica perché con me era impossibile. Essendo solo io e lei mi mandò a scuola dalle suore, feci il semi-convitto, cioè mi mandava a scuola la mattina e tornavo la sera alle cinque. Ho passato cinque anni belli, anche se la mancanza di un babbo si faceva sentire: la mia mamma si era fatta la casa da sola con un mutuo e poi faceva un lavoro che non le piaceva, la situazione non era facile. Poi nel 1951 una ragazza madre non era di moda».
Quando lei non c'era tu con chi stavi?
«A me non piaceva star da solo, il mio miglior amico si chiamava Giovanni come me, con lui siamo andati a scuola insieme e poi siamo entrati in ferrovia insieme e ora sta a Marittimo. Quindi io da bimbetto correvo subito da lui quando uscivo da scuola e c'aveva tre fratelli lui e io così per non sentirmi solo andavo subito da loro. Quando ero da solo non so cosa facessi di preciso, ma se non ero malato c'era di sicuro un pallone che ruzzolava da qualche parte. Sennò andavo a scuola con il mio panierino perché dalle suore ci davano solo il primo e non il secondo. Io sin da piccolo correvo dietro al pallone e alle superiori mi trovarono un soffio al cuore con problema alla valvola mitralica».
Quindi dovevi star attento ad allenarti?
«Mi toccò proprio smettere di giocare, venni bocciato anche a scuola, l'unico anno in cui avvenne mi crollò un po' il mio mondo, perché il pallone era il mio mondo, non sapevano cosa farmi per tirarmi su, non mangiavo più, ero cinquantotto chili, soprattutto fu il fatto di sentire questa diagnosi che il cuore non funzionava bene a diciassette anni».
A quel tempo eri già una promessa del calcio?
«A quattordici anni esordii nella squadra allievi del Rosignano e si vinse una finale di un torneo con due gol miei, ci sono degli articoli in cui si dice che era nata una stella, un ragazzo con un avvenire sicuro. Giocavo mezzala, prima a Rosignano e poi andai a Pontedera, dopo la diagnosi giocai negli amatori, ma sempre con la paura per questo soffio. Poi a trenta anni in una visita più appropriata con un'ecografia al cuore videro che era una chiusura rallentata della valvola cardiaca e non era un soffio, non era un difetto e così mi sono messo l'anima in pace».
Ma nel frattempo avevi coltivato anche la passione per la musica?
«Il periodo era quello dei figli dei fiori degli anni settanta, la libertà l'emancipazione femminile, l'idea di una vita non succube dai potentati economici, i primi diritti sul lavoro, il mondo migliore che lasciava il padre ad un figliolo, era un grande periodo di evasione e sogno, c'era una Castiglioncello da bere con tutti i cantanti e gli attori, io me la sono vissuta a pieno. Il maneggio con il concorso ippico di livello mondiale, da bimbetto ti bastava sentire il cantante che arrivava con lo sciame di fans o al Mille e Uno, dopo al Ciucheba e prima al Cardellino che era la classica balera degli anni sessanta dove c'erano venuti Mina, Celentano, Gianni Morandi, Patty Pravo e Mal, Castiglioncello era la vera perla del Tirreno. E poi il Tennis Club, noi si andava lì e ci bastava vedere volare una pallina, perché soldi per entrare non ne avevamo, si viveva di riflesso questa situazione di sogno e di grande boom economico».
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