Proteste
«È per te questo bacio» L’ultimo saluto a Lorenzo
Nel duomo di Cecina i funerali del giovane precipitato da un tetto a Marina . Chiesa stracolma, la gente aspetta in piazza e lo saluta sulle note di una canzone
CECINA. «È per te questo bacio nel vento; te lo manderò lì con almeno altri cento; è per te, forse non sarà molto; la tua storia lo so, meritava più ascolto; e magari chissà, se io avessi saputo t'avrei dato un aiuto». Le parole della canzone di Eros Ramazzotti risuonano in una piazza della chiesa ricolma di ragazzi in lacrime. In molti le ascoltano pensando all’amico che non c’è più. Lì, davanti al duomo, circondato da centinaia di occhi lucidi (FOTO), c’è il carro funebre che accoglie la bara di Lorenzo Vespia, il giovane che sabato sera è precipitato da un tetto, in un vicolo di Marina di Cecina (FOTO).
Le foto di Lorenzo dal suo profilo Facebook
«La morte è un grande mistero – dice don Marco Fabbri durante la cerimonia – Ho visto che molti di voi hanno accarezzato e baciato Lorenzo. Un gesto di amore, come per trattenerlo. Ma ora lui non è più qui, abita da un’altra parte». La chiesa è piena. In molti, tra quelli intervenuti per dare l’ultimo saluto al giovane, sono costretti ad aspettare fuori, in piazza. Seduti nelle prime file, invece, ci sono i parenti e gli amici più stretti: la madre Paola, che non riesce a trattenere le lacrime; il padre Giovanni, rientrato ieri dalla Germania, che più volte si stringe il capo tra le mani. Al termine della messa la chiesa si svuota e la bara viene caricata sul carro funebre. Rimane lì per alcuni minuti, consentendo a tutti di dire addio al giovane scomparso. Molti dei negozi che danno sulla piazza fermano le attività per un attimo, i titolari escono e manifestano il loro cordoglio. Partono uno, due, tre applausi mentre la canzone di Ramazzotti risuona nell’aria. La salma del giovane viene trasportata a Livorno per essere cremata.
«Vorremmo che le ceneri fossero sparse vicino al mare, in un luogo che piaceva a Lorenzo e nel quale potrà sentirsi libero. Ancora dobbiamo decidere» A parlare è Andrea Bernardo Giangrosso, uno dei migliori amici del ragazzo scomparso. È venuto a trovarci in redazione per un motivo preciso: «Sono state dette molte cose, alcune non vere, e sono qui per raccontarvi chi era davvero Lorenzo». Andrea è grande e grosso, ed anche un po’ agitato. Ha la voce rotta dal’emozione ma la fermezza di quelli che sanno di fare la cosa giusta. Quella che si deve a un amico. «Ci conoscevamo da molti anni – racconta – Era un ragazzo vivace, esuberante, di quelli che lasciano un’impronta. Gli piaceva dare una mano agli altri, soprattutto agli amici, perché questo lo faceva star bene. Se aveva un soprannome? Sì, lo chiamavamo Psycho, ma non si faccia strane idee: nessuna analogia col personaggio del film. Lorenzo era un ragazzo a posto. Semplicemente gli piaceva il nome».
Andrea ci racconta qualche dettaglio della sera in cui è avvenuta la tragedia: «I ragazzi si sono trovati come al solito a Cecina, poi sono andati a Marina – racconta – Mentre erano al Take Away, in piazza Cairoli, lui si è allontanato. Un amico l'ha visto, si è accorto che qualcosa non andava, e l’ha seguito. Lorenzo è entrato in questo vicolo, si è arrampicato fino al tetto senza dire una parola. Poi è precipitato. Il ragazzo che aveva assistito alla scena è andato a chiamare aiuto».
Sul perché Lorenzo sia finito proprio in quel vicolo e cosa gli sia passato per la testa Andrea non è in grado di dirlo. «Non aveva bevuto e non c’erano stati eccessi di alcun genere. Questo voglio sottolinearlo – racconta – I ragazzi che erano con lui mi hanno detto che era tranquillo ma che un paio di volte ha ripetuto la frase: “Vi voglio bene”. Il parkour? Sì, gli piaceva e per un po’, in passato, l’abbiamo anche praticato assieme. Ma non eravamo mai andati in quel vicolo». Per la cronaca, il parkour è una disciplina di strada che va di moda tra i giovani: consiste nell’arrampicarsi a mani nude su pareti, tetti e altro ancora, superando ostacoli di ogni genere. Lorenzo, non lo praticava più ma di sicuro lo conosceva vista la facilità con cui ha scalato la parete della casa, sfruttando l’inferriata esterna di una finestra e il cassone di un impianto di condizionamento, prima di precipitare dal tetto.
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