Il Tirreno

Quel giorno che Ablaye fu arrestato con un’ascia

Tre anni fa finì in cronaca dopo una notte brava e non fu certo un episodio isolato Aveva tre decreti di espulsione. Era temuto, ma anche cercato: per l’hashish

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DONORATICO. Uno fuori di testa, che si infiamma per un niente. Uno che picchia, però se hai bisogno di un po’ di fumo (o magari anche di coca), sai dove trovarlo. Insomma, temuto ma anche cercato dai ragazzi, mal sopportato dai propri connazionali senegalesi. Uno pieno di denunce. Ablaye Ndoye in paese viene descritto così. E il suo nome ieri mattina, tra la gente che osservava il viavai davanti alla stazione dei carabinieri, aveva cominciato a circolare ancora prima che lui spuntasse ammanettato e incappucciato nella sua felpa bianca a strisce.

Ablaye, solo il nome. Così è conosciuto. Anche i carabinieri lo conoscono. Anche la polizia e anche la finanza. Anche la procura e il tribunale lo conoscono. Da quando è entrato in Italia, clandestinamente, cinque anni fa, ne ha combinate. La più eclatante fu quella che raccontammo sul Tirreno del 19 ottobre 2010, quando i carabinieri lo arrestarono dopo una serata di follia. Aveva ancora in mano un’ascia con la quale aveva terrorizzato titolari e clienti del bar Royal e della kebabberia Mesopotamia. Con quell’ascia aveva spaccato i due locali, rincorso un commesso e altre persone. Fu disarmato e portato in camera di sicurezza. Il giudice convalidò il suo arresto ma Ablaye se la cavò patteggiando cinque mesi per minacce e danneggiamenti e godendo della sospensione condizionale. Fu rimesso in libertà. Come raccontiamo nei servizi fuori cronaca, quello era solo il secondo episodio che gli valse un nuovo decreto di espulsione. Più avanti i decreti diventarono tre ma una clamorosa domanda di asilo politico, rigettata troppo tardi, gli consentirono di restare a Donoratico. Libero di combinare guai, di spacciare, di girare in sella alla sua bicicletta in cerca di clienti.

Ufficialmente aveva una residenza in via Bologna, ma di fatto viveva dove capitava. Si accampava in pineta, trovava riparo in una casa diroccata delle Ferrovie, oppure chiedeva ospitalità ai suoi connazionali. Parlando con loro, si capisce benissimo che era mal digerito. Forse anche temuto. Una mosca bianca in una comunità nera.

Tutti però sapevano chi fosse e cosa facesse. E quali posti frequentasse. E quali persone. Come Ilaria. Come tanti altri che ieri lo insultavano, ma che magari fino al giorno prima lo avevano cercato. Per un pezzo di hashish.(a.d.g.)

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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