Attenzione
Tinti e l’approdo renziano: «Non sono un voltagabbana»
Il dibattito nel Pd e la svolta improvvisa del sindaco «Ho sostenuto Bersani ma ha fallito. Ora una stagione nuova»
CASTAGNETO. Non è passata inosservata la lettera aperta a Matteo Renzi che il sindaco bersaniano Fabio Tinti ha inviato al sindaco di Firenze perché scenda in campo da subito, prendendo in mano un partito allo sbando. E, sebbene nell’assemblea di lunedì scorso del circolo Pd di Donoratico sia emersa una netta condanna per la gestione Bersani del dopo voto, la dichiarazione di Tinti ha innescato malumori e musi lunghi dentro ad un partito scosso e turbato, dove c’è chi critica “l’eccessiva disinvoltura” con cui il sindaco di Castagneto è “passato sul fronte opposto”. In sostanza, non è piaciuta la virata attuata dal primo cittadino. All’indomani da quell’accorato appello al rottamatore, Tinti spiega i motivi di questa scelta e rintuzza le polemiche. «No, non sono un renziano della seconda o dell’ultima ora. Era da tempo che chiedevo un vero cambiamento». E afferma che adesso è arrivato il momento di aprire una fase nuova per il partito.
Sindaco, è innegabile che la sua lettera a Renzi ha fatto discutere più che per i contenuti per i tempi in cui è maturata. Perché adesso?
«Voglio subito sgombrare il campo da equivoci o illazioni. Non sono salito sul carro del vincitore, anche perché sfido a indicare un vincitore da quello che sta succedendo a questo partito. Io ho semplicemente chiesto a Renzi di mettersi a disposizione per guidare un partito riformista e moderato. E ritengo che questo sia il momento giusto per farlo».
Lei ha sostenuto Bersani durante le primarie e ne ha condiviso la candidatura a premier. Ora che la frittata è fatta è diventato renziano?
«Non è così. Non sono un renziano della seconda o dell’ultimo ora. Ho maturato questa scelta, cioè dell’esigenza di cambiare direzione, già dopo il risultato delle elezioni. Quello di Bersani non è stato un successo. Poi gli ultimi 10 giorni sono stati drammatici ed hanno accelerato questa mia convinzione».
E’ sembrato un voltafaccia. All’interno del Pd aveva espresso chiaramente questa sua posizione?
«Nel gruppo dirigente locale del partito, di cui faccio parte, avevo più volte espresso la necessità di cambiare rotta. Quelle che sono le mie istanze le ho sempre sostenute, a partire dalla necessità di avere un partito senza più etichette, diviso in gruppi apparentati alle personalità dei vari leader piuttosto che alle idee».
Un Pd diviso in mille correnti che fatica a trovare una sintesi e un ’ identità, dice?
«Queste non si possono definire neppure correnti. Una volta c’era la Dc con i doretei, il Pci coi miglioristi di Napolitano. Queste erano correnti perché indicavano gruppi che sostenevono idee con precisi ancoraggi culturali. Oggi abbiamo i bersaniani, i bindiani, i dalemiani, i civatiani. Ora addirittura i barchiani. Ma vogliamo scherzare? E poi ci chiediamo da dove arrivano 101 franchi tiratori. Queste divisioni vanno superate».
E Matteo Renzi è l’uomo giusto per la sintesi?
«Guardi. Riconosco a Bersani la scelta di una linea che era quella di provare a costruire un governo di cambiamento. Poi però si sono commessi troppi errori. Ecco perché ho deciso che era venuto il momento di declinare le cinque lettere del cambiamento: Mateo ora tocca a te».
D’accordo, ma il tono di quel suo appello, particolarmente accorato, sembrava fosse pronunciato da uno dei fedelissimi del sindaco di Firenze...
«E’ il tono di un appello, di una lettera aperta. Non ci vedo niente di strano»
Cosa condivide del progetto politico di Renzi?
«Penso, per esempio, alle questioni del lavoro, all’articolo 18. Più che sulle norme per il licenziamento credo che occorra concentrare l’attenzione sulle opportunità per le assunzioni».
Concorderà sul fatto che il Pd, in questa delicatissima fase, ha bisogno di ritrovare unità?
«Certo, nel partito c’è un senso di profondo disorientamento che è comprensibile. Ma è anche vero che in questi momenti di difficoltà le maniche non si srotolano ma devono rimanere rimoboccate».
Anche se con un’altra maglia?
Non è un cambio di maglietta o un’inversione di rotta. Io non cambio il mare dove nuoto e neppure voglio inquinare l’acqua. Ma credo che ci sia bisogno di aprire da subito una nuova stagione congressuale e Matteo Renzi può essere l’interprete di questo cambiamento, di questa fase. Da ora. Ecco il senso del mio appello. Capisco che possa far discutere, ma non sono diventato un renziano, rifiuto in toto le etichette politiche e l’ho già detto primo a proposito delle divisioni interne del Pd. Credo però che dobbiamo rimetterci in gioco. Io sono abituato a schierarmi. Sostenevo diversi anni fa Veltroni in contrapposizione con D’Alema. Vinse quest’ultimo. Oggi credo sia giunto il momento di aprire una nuova fase politica nell’interesse del Paese».
@andrearocchi67
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