Il Tirreno

Il conte partigiano braccato dai nazisti per diciotto mesi

di Divina Vitale
Il conte partigiano braccato dai nazisti per diciotto mesi

La Resistenza nei ricordi di Ugolino della Gherardesca «Ho l’età di Napolitano, potrei tornare alla macchia»

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CASTAGNETO. «Se hanno rieletto Napolitano come presidente della Repubblica allora vuol dire che c’è una seconda vita per tutti e io potrei tornare nella macchia».

Scherza così Ugolino della Gherardesca, il conte-partigiano che alla soglia degli 88 anni riesce ancora a non prendersi troppo sul serio. Ingegnere, con una seconda laurea in legge, ha diretto importanti aziende di costruzione navale e non solo, in Italia e nel mondo (Libia, Iraq, Brasile, Spagna ecc… e anche in Guatemala, dove ha vissuto per diverso tempo). E’ uno degli ultimi partigiani che ancora ricorda, momento per momento, il periodo in cui ha fatto parte della Resistenza armata al nazifascismo: braccato per diciotto mesi. L’incontro ci offre un viaggio nel tempo che ripercorriamo proprio in occasione della ricorrenza del 25 aprile.

La fuga. Era il 2 novembre del 1943, la famiglia era riunita nel Castello di Castagneto Carducci, Ugolino aveva 17 anni. C’era un funerale di un amico di famiglia e tutti erano accorsi per commemorarlo. C’era fermento, iniziavano ad arrivare le squadre tedesche anche in paese. «Ci avvisarono – racconta - che un gruppo aveva chiesto di mio padre. Guelfo, mio fratello, ci spinse a partire. Mio madre, prontissima, fece sparire le nostre tracce. I tedeschi entrarono in casa, armati. Appena scesa la notte, uscimmo come fossimo operai, era il periodo della frangitura delle olive, e ci buttammo giù per una strada che andava al Rotone. Raggiungemmo la Cerreta da una famiglia amica, i Creatini. La mattina era pieno di tedeschi, ovunque. Per la prima volta dormimmo in una tomba etrusca scavata nella roccia. Per una coincidenza fortunata, in un secondo momento, riuscirono a scappare anche mia madre e mia sorella, si rifugiarono nel Lucchese e non le rividi per molto tempo».

La macchia verso Volterra. Continuò così il peregrinare nella macchia della famiglia (il padre Gaddo, il fratello maggiore Guelfo e Ugolino). Strada facendo, di rifugio in rifugio, si unirono ad altri ufficiali appartenenti alla brigata Garibaldi (n. 22 e n. 23) come il tenente Vittorio Ceccherini e Vinicio Modesti. «Ci cambiammo anche i nomi, io diventai Ugo, mio padre Gianni, Guelfo diventò Delfo. Avevamo una taglia importante sulla testa. Prima arrivammo da Giovacchino, un contadino, a Montebono, poi ci spostammo a Morteto dove vivemmo in una capanna da carbonai, mangiando pochissimo. Appena fummo al sicuro, mio padre tornò da mia madre. Altri fatti pericolosi ci fecero spostare nel bosco di Berignone accolti da Italo, un capocaccia. Ci muovevamo solo per incontrare il Comitato di liberazione di Saline di Volterra e il suo rappresentante, un socialista, Germano Rossi. Rischiammo la vita più volte coi rastrellamenti dei tedeschi ma non riuscirono a prenderci. Ci dividemmo e ritrovammo, qualcuno non la spuntò, ma alla fine riuscii a riabbracciare la mia famiglia rientrando a Castagneto in tarda primavera».

Castagneto. Qui si riuniva il Comitato di liberazione di Livorno (la città era troppo pericolosa), c'era una formazione ufficiale (terza brigata d’assalto Garibaldi), comandata dal Rossino, Mario Bucci, un operaio genovese d’adozione ma castagnetano di nascita, che consegnò a Ugolino il diploma di merito. “...Il figlio Ugolino portò dappertutto un'opera grandiosa alla lotta partigiana partecipante con italico slancio... decisione... per il prestigio della nazione etc...”.

«La parola grandiosa mi pare un po’ eccessiva - prosegue - il mio compito, tornato a Castagneto, era di prendere i disertori, ex prigionieri russi, per condurli al campo e arruolarli».

Il 25 aprile. «Per la massa la festa nazionale non dice più niente o poco. Possono sembrare memorie lontane scritte sui libri. Siamo quasi tutti morti. Quello che non sopporto sono coloro che dicono di aver vissuto la Resistenza e la raccontano, ma in realtà ben pochi possono dimostrarlo con documenti ufficiali. Questo mi crea un certo fastidio. Non sono favole per bambini».

Il Futuro. «L'Italia deve migliorare la qualità delle persone presenti in Parlamento. E’ un augurio che le faccio. I "baroni" del Parlamento vanno sconfitti. Un tempo c'era l'aristocrazia, oggi ci sono loro. I soldi che lo Stato doveva alle piccole imprese per salvarle dove sono finiti? Nel frattempo sono fallite tutte. E gli imprenditori si sono suicidati per il dispiacere di dover licenziare i dipendenti. Però, è anche vero che chi non spera muore presto...»

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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