Italia
Bersani? Non lo vogliamo mai più
Il circolo di Donoratico prende le distanze da Livorno: non può traghettarci fino al congresso
DONORATICO. È stato un disastro. Il circolo Pd di Donoratico non usa mezzi termini e prende le distanze dalla direzione livornese che vorrebbe Bersani traghettatore fino al congresso: deve andarsene. Subito. E anche se all'affollata assemblea tutti, tranne due, dicono di averlo votato alle primarie, nessuno è più disposto a tollerarlo al vertice di quel partito. «Sono ore di dolore, di sconforto e di rabbia - scandisce la segretaria Sandra Scarpellini durante l’introduzione. In quattro giorni hanno sfatto un partito dopo quasi due mesi di stallo. È stato usato un metodo goffo, con uno scollamento totale e incomprensibile tra il vertice e la base». Nessuno, in quel salone con le pareti e il pavimento bianchi come latte, si capacita di come sia stato possibile che un piccolo esercito di dissidenti - qualcuno li ha chiamati i franchi traditori - abbia fatto mancare 101 voti e sfasciato il partito. «Vorremmo conoscerli uno a uno - si legge nel documento conclusivo - . Vorremmo capire quale strategia politica li abbia animati e che cosa hanno pensato di realizzare non votando un candidato poco prima scelto all’unanimità».
La discussione è andata avanti fino a tardi. Nessuno, tranne due, si è dichiarato renziano. Neppure esplicitamente l’ha fatto il sindaco Fabio Tinti, che anzi ha detto di «aver piene le palle (testuale) di renziani, bindiani, lettiani, dalemiani. Per uscire da questa situazione bisogna ascoltare di più tutti». Poi ieri mattina ha recapito un’accorata lettera di sostegno a Matteo Renzi (pubblicata qui a fianco), chiedendogli di prendere in mano il partito e ammettendo di aver sbagliato a giudicarlo male. Anche per queste ragioni, coincidenti con la ricerca di una rotta precisa, nel documento conclusivo non si nasconde la crisi d’identità attraversata dal partito: «Chi siamo?», è la domanda che viene posta nel documento alludendo all’impossibilità di comporre le diverse anime che agitano il Partito democratico. Anche perché «abbiamo creduto in una formazione politica moderna, riformatrice ed europeista, lontana dal conservatorismo radicale, dove i tanti e diversi protagonisti fossero disposti a cedere qualcosa per dare la massima rappresentanza a quanti più cittadini. Non è accaduto». Anzi, ribadisce la segretaria Scarpellini, «abbiamo assistito alla fiera delle vanità, soprattutto da parte di Bersani che non ha capito quando dovevamo cambiare rotta».
A questo punto, si sottolinea nel documento, «tutti i livelli dirigenziali devono assumersi la responsabilità della situazione e avviare velocemente tutte le procedure per una fase congressuale che sia la più aperta possibile e che porti a una discontinuità netta tra uomini e idee; un congresso che faccia chiarezza sulle ambiguità vecchie e nuove e che indichi la via futura». E comunque uccidere il Pd equivale uccidere la speranza che milioni di italiani coltivano di poter uscire dalla crisi. Ma se anche la situazione del partito è disperata, tutti conservano l’orgoglio di appartenervi, al punto che «a livello locale siamo pronti a lavorare per ridare vita al partito. Non siamo disposti ad assistere a ulteriori guerre tra bande. Iniziamo con questo spirito il lavoro per la preparazione del congresso che dovrà essere improntato all’apertura e all’ascolto». Ma siccome il tempo stringe, «chiediamo che il partito si assuma la difficilissima responsabilità di dare un governo per il bene comune dell’Italia che produca essenziali e improcrastinabili riforme istituzionali che restituiscano dignità al Parlamento e provvedimenti economici che diano ossigeno al lavoro, perché si possa tornare al lavoro in una situazione non più d’emergenza e con un partito rifondato». Largo al rinnovamento, dunque, e in questo senso viene avanzata la richiesta alla direzione del partito d’individuare per il governo persone riconoscibili e di indubbia competenza.
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