Sicurezza
Il referendum sul Pvc vittoria importante in nome dell’ambiente
La storia di Mauro Bini, dalla passione per la musica all’impegno nella politica e nel settore del sociale
Intervista raccolta a Vada da Giusy Giarrusso e Marta Carnevali, il 10 aprile scorso.
Raccontaci della tua infanzia
«Sono nato il 27 agosto nel 1947 a Vada, io ero figlio di contadini e quindi sono nato in una casa di campagna, mia madre mi ha partorito a casa come avveniva a quei tempi, quindi senza ospedali e senza niente. A Vada c'era un asilo, una scuola materna, uno dei primi asili del dopoguerra costruiti non solo a Vada ma credo in Toscana e in Italia. Lo costruirono i cittadini di Vada, non era pubblico ma privato, i cittadini dopo la fine del proprio lavoro fecero questa struttura che c'è ancora oggi, in via Aurelia, accanto all'attuale Circolo Arci. Siamo stati i primi bambini ad andarci e in 3-4 abbiamo continuato a vederci, ci siamo ritrovati nelle nostre attività politiche, tutt'ora ci frequentiamo».
Come ti sei avvicinato alla politica?
«Amleto, il mio babbo, era un capo lega della mezzadria, dei contadini, quindi era molto marcato dal punto di vista politico. Poi io già nel '67-'68 - mi pare - mi iscrissi al Partito Comunista e quindi quando ho finito la scuola ho avuto difficoltà a trovar lavoro per questa esposizione politica. L'attività politica l'ho iniziata dopo, nell'Arci, ho iniziato subito dopo aver creato Radio Faro, nel 1982, proprio nel circolo dove avevo fatto l'asilo, e dopo pochi anni entrai nell'organizzazione di zona dell'Arci».
Tu hai seguito anche la vicenda del referendum sul Pvc alla Solvay?
«Era l'87, mi pare, riuscimmo a mettere in piedi il referendum ma ci fu una divisione a Rosignano, una divisione netta, le forze politiche del consiglio comunale erano tutte a favore, quindi tutta l'amministrazione era schierata a favore, ma la cittadinanza poi rispose in maniera opposta. Fu la prima volta in senso assoluto in Italia che si riuscì a far votare i ragazzi sotto 18 anni e superiori a 16 anni».
Come avevate organizzato la campagna per il referendum?
«Fu molto dura perché non avevamo una struttura organizzata alle spalle, eravamo tutte persone molto giovani o abbastanza giovani, ci facemmo sostenere da docenti universitari che studiarono il sistema di fare il referendum e poi fummo molto legati ad alcuni personaggi qui che ci caldeggiavano come il sindaco di Rosignano, ma con noi c'era anche Legambiente, l'Arci, c'erano esponenti politici che non uscivano fuori ma ci dicevano di andare avanti su questa battaglia, perché lo scontro era duro. A Rosignano la fabbrica Solvay era tutto e votare contro voleva dire andare contro all'occupazione».
Il referendum portò in luce anche uno scontro generazionale.
«Nelle famiglie potevano esserci giovani su una posizione e magari genitori che lavoravano alla Solvay che erano all'opposto. Il sindaco Danesin disse 'va bene, facciamo il referendum', perché loro speravano di vincerlo, e invece: questa fu la 'mia vittoria' che mi permise di entrare in consiglio comunale nel '90».
Cosa è stata la cosa più bella di quella vittoria?
«Il movimento che si riuscì a creare sulle questioni ambientali, che solo il mondo ambientalista in quel periodo portava avanti. In quel momento ci fu una presa di posizione di una cittadinanza, molto più ampia».
E dopo quella battaglia?
«Negli stessi anni erano presenti in una casa a Vada i primi immigrati senegalesi arrivati dopo il flusso dei marocchini, che stavano più verso la zona di Riparbella. Andammo da questi ragazzi che vivevano in una casa, la "Casa delle rose" per arrivare alla Mazzanta, davanti un campeggio, erano tutti spaventati, 12 senegalesi. Si capì che avevano bisogno di imparare la lingua perché non sapevano niente. Quando noi si riuscì a dimostrargli fiducia, loro dissero "va bene..". Allora per incontrarci si fecero venire da noi, e si scelse sempre questo circolo, quello dell'asilo, per questo lo ricordo volentieri, ci ho fatto tante cose lì».
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