Il Tirreno

Madre morì di setticemia dottoressa a giudizio

di Luca Tronchetti
Madre morì di setticemia dottoressa a giudizio

Patrizia Gaglianone, di Rosignano, era di turno al pronto soccorso di Lucca quando una giovane donne perse la vita a causa di una peritonite

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LUCCA. Rinviata a giudizio per omicidio colposo la dottoressa Patrizia Gaglianone, che era di turno al pronto soccorso di Lucca, quando una donna morì nel novembre del 2011.

Sabrina Baldanzi, per anni impiegata all’ufficio legale della Kartogroup a Lucca, morì a 42 anni. Uccisa dalla setticemia: il frutto di una peritonite causata da un banale virus influenzale che per l’accusa non le era stato diagnosticato. Per questo motivo il giudice dell’udienza preliminare Giuseppe Pezzuti ha mandato a giudizio due medici: Umberto Lazzeri, 58 anni, di Pontetetto difeso dall’avvocato Lodovica Giorgi e Patrizia Gaglianone, 52 anni, residente a Rosignano e assistita dal legale Marco Meoli di Pisa. Il primo era il medico di famiglia, la dottoressa Gaglianone era il medico di turno al pronto soccorso. Entrambi sono accusati di omicidio colposo e il processo è stato fissato per il 16 maggio davanti al giudice Stefano Billet. Secondo la procura di Lucca, l’inchiesta è diretta dal sostituto Fabio Origlio, i due medici con condotte indipendenti e per colpa nell’esercizio della professione avrebbero contribuito - per imperizia e negligenza nelle diagnosi - a cagionare la morte della giovane donna avvenuta la mattina del 5 novembre del 2011 per «shock settico in corso di peritonite acuta da sezione di ansa intestinale causata dalla briglia aderenziale per un pregresso intervento chirurgico di endometriosi ovarica». In pratica, la paziente lamentava dolori all’addome e vomito da molti, giorni e sia il suo medico (Lazzeri) che il medico del pronto soccorso (Gaglianone) dove andò dopo giorni di patimenti, fecero la diagnosi di gastroenetrite. Per la procura una morte che avrebbe potuto essere evitata. Secondo l’anatomopatologo i medici non avevano tenuto conto di un pregresso intervento di chirurgia ginecologica a cui era stata sottoposta l’impiegata. In sostanza una briglia aderenziale aveva formato una sorta di forcella intorno ad un’ansa dell’intestino tenue che a sua volta aveva causato una necrosi della parete intestinale con la rotture delle viscere. Per il medico legale della famiglia Giangrandi (si sono costituiti parte civile il marito, il figlio e i genitori della giovane mamma deceduta) una situazione clinica non improvvisa e asintomatica. Una patologia curabile con un accorto esame medico e un conseguente intervento chirurgico. Anche per il perito del pubblico ministero, Chiara Toni, «passati 3-5 giorni senza una risoluzione del quadro di gastroenterite virale e in presenza di un suo aggravamento era doveroso approfondire gli accertamenti ematochimici e radiologici». Adesso sarà il processo a fare piena luce sulla morte della giovane mamma.

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