Il Tirreno

L’umiltà di don Reno: perché premiarmi?

di Antonio Valentini
L’umiltà di don Reno: perché premiarmi?

«Ho fatto solo quello che dovevo, niente di straordinario»

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CECINA. Sarebbe meglio cercare la motivazione di un premio in chi lo riceve, anziché nelle ragioni di quanti lo assegnano. Non tanto per sminuire il valore di una cerimonia che, proprio perché cittadina, conserva significato, valore e proporzionale solennità. Quanto per rispondere alla domanda che ne riassume l'essenza: è un premio meritato? A sentire lui, don Reno Pisaneschi che ieri pomeriggio alle 17 è entrato nel suo 90° anno, mai Omino di ferro fu così inappropriato: «Ringrazio tutti, ma non son fatto per salire le scale. Sono abituato a stare per terra. Fin da ragazzo. Mi ricordo i giochi nelle strade del Palazzaccio, la tonaca rattoppata del seminario, il sacerdozio tra i poveri, le parole forti che usavo verso i ricchi…».

Si sa che, per certi versi, maturità e consapevolezza vanno di pari passo. Don Reno ha sempre anticipato i tempi, mostrando entrambe le peculiarità fin da ragazzo, in un’epoca nella quale per forza di cose si diventava grandi prima del tempo. In aggiunta c'è da dire che da sempre la coscienza del ruolo e la solidità dell’animo lo spingono a darsi senza chiedere nulla in cambio. E se anche gli altri,tutti gli altri, diversamente ritengono che mai premio fu più azzeccato, lui l’ha accolto con una timidezza insospettabile nella battaglia pro-ospedale: «Lo accetto per far piacere a tanti. Cosa ho mai fatto di eccezionale per meritare un riconoscimento del genere? Niente, solo ordinaria amministrazione».

Chi lo conosce sa che dice il vero. Ieri sera è salito sul palco del De Filippo come spinto da braccia invisibili, quelle della sua gente, vincendo la naturale ritrosia verso le cerimonie al di fuori di un luogo consacrato: «Ci son venuto per gli altri, non per me». Se proprio avesse potuto scegliere, differenti sarebbero stati i desideri. Ad esempio, rallentare il tempo e rimanere cappellano dell'ospedale ben oltre i 33 anni nei quali la sua presenza fu abituale nei corridoi, nei reparti e in sala operatoria: «Per me è stata una teologia incarnata, potevo evangelizzare senza far prediche - ricorda -. In tanti anni avrò chiesto ai ricoverati cinque volte di pregare con me. C'era spazio per la battuta, la barzelletta. E poi, se volevano, per la preghiera. Svolgevo quel ruolo con passione e dedizione. Se mi fosse stato concesso, avrei preso il diploma da infermiere e fors’anche la laurea in medicina. Ma il diritto canonico me l'impedì e non ne feci di nulla».

L'inizio del suo sacerdozio risale a 65 anni fa, al 24 maggio 1948. «E sai da allora quanti ne ho visti passare? Te lo dico: otto papi, altrettanti vescovi di Volterra, sei parroci, tredici cappellani, undici presidenti della Repubblica, almeno otto sindaci di Cecina. Ti pare poco?». Ci mancherebbe, don Reno, sono numeri che impressionano. Però facciamo un passo indietro e mi dica, è stata l'evangelizzazione a spingerla nella battaglia dell'ospedale? «Sicuro. Alla Chiesa manca di tradurre in pratica il vangelo di Giovanni: "Il figlio di Dio s'è fatto carne e ha abitato in mezzo agli uomini". L'altra sera, durante un incontro con il vescovo Mansueto Bianchi, feci una domanda: "Il Verbo si è fatto carne, ma la Chiesa come si è fatta ciccia?" Ecco, è anche grazie a questa vicenda dell'ospedale che mi sono fatto ciccia». Un alimento dall’alto valore nutritivo per la coscienza collettiva del territorio: ventimila firme raccolte, una costante azione di pungolo, la più grande manifestazione di cui Cecina abbia memoria, un comitato in perenne fermento… «Pensa, Antonio, la dottoressa Monica Calamai e il dottor Luca Lavazza fecero pressioni su don Marco perché non concedesse più l'uso del salone parrocchiale al Comitato. Lui però, don Marco, ci aiutò facendo cadere la richiesta. E d'altra parte, quando mi chiesero d'interessarmi della questione, posi la condizione che le sigle dei partiti rimanessero fuori, altrimenti avrei lasciato ogni cosa. Eppure mi tacciano di aver fatto politica. Credo solo di aver lavorato per il bene di tutti».

E se anche qualche battaglia è stata vinta, don Reno sente di aver perso la guerra: «Mi batto contro i mulini a vento. Però, come si fa a restare inerti? L'avete scritto voi del Tirreno, l'altro giorno: il sindacato Fials ha denunciato che nell'Asl 6 ci sono più dirigenti che impiegati. Ebbene, vadano i dirigenti agli sportelli del Cup, dove la gente si consuma in attese senza fine. Ma dove siamo?»

Siamo in Italia, don Reno, distanti migliaia di chilometri da quel Brasile dove ha eletto la sua seconda Patria, dove i bambini abbandonati trovano conforto soprattutto grazie ai preti e ai volontari cattolici e dove lei va quasi ogni anno a consegnare le offerte raccolte tra i cecinesi: «A San Paolo sono andato quattro volte a dire la Messa in una parrocchia di 100mila favellados. E quando Padre Luciano Borges ha detto ai fedeli che sarebbe venuto qui, in Italia, per i novant'anni di quel sacerdote con la barba bianca, si è alzato un boato».

Appunto, se persino dall'altra parte del mondo le tributano tanto affetto, non pensa che la sua gente abbia buon diritto di fare altrettanto? «Sì, però mi chiedo: per quale motivo m’hanno dato questo premio? Ho fatto ordinaria amministrazione, ho cercato di essere disponibile giorno e notte, senza guardare se a chiamarmi erano giovani, anziani, ricchi o poveri. Solo questo». Don Reno, se le pare poco…

@amvalentini

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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