Il Tirreno

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Il consiglio comunale disarma anche il cittadino modello

di Antonio Valentini

ROSIGNANO. Il cittadino qualunque che vuol diventare cittadino modello informandosi su quanto accade nella propria città, sfrutta l'occasione di partecipare alla seduta del consiglio comunale. Prima...

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ROSIGNANO. Il cittadino qualunque che vuol diventare cittadino modello informandosi su quanto accade nella propria città, sfrutta l'occasione di partecipare alla seduta del consiglio comunale. Prima però rimuove il pensiero (fastidioso) che la riunione si tenga nel luogo abitato più alto del proprio territorio, in un castello dove la politica ha deciso d'incarnarsi nei suoi moderni discepoli: se loro, i consiglieri, sono l'espressione più genuina e diretta della democrazia rappresentativa, che bisogno avevano di scegliere una sede che li elevasse a tal punto? Quisquilie. Cose passate, si convince. Dopotutto basta una macchina e il principio di eguaglianza è ristabilito.

Se però fosse tascabile, la macchina, sarebbe meglio: anziché dannarsi per un posto in quel parcheggio scosceso e sbilenco, l'infilerebbe in una valigetta e se la porterebbe appresso. Non è escluso che prima o poi accada. Ora sono più urgenti altre cose, a tasso tecnologico decisamente più basso. Un cartello direzionale, ad esempio: da che parte sta l'ingresso del Comune? Bisogna seguire la strada a destra, accostata alla muraglia, oppure virare dall'altra parte per infilarsi sotto al pertugio buio? Il cittadino procede guidato dal cuore, che quassù pende verso sinistra, e imbocca la fenditura.

Una vetrata svela l'ingresso del castello. È fatta. Anzi no. C'è un ostacolo, imprevisto: l'usciera, cortesemente, gli chiede dove va. Signora, risponde lui, dove vuole che vada se non alla riunione del consiglio comunale? Niente in contrario, dice lei, basta che mi dia un documento. Perché?, s'inalbera lui, in nessun altro Comune della Toscana è previsto. Sono le disposizioni, replica lei. Rassegnato, estrae il portafogli e le consegna la patente di guida. L'impiegata appunta diligentemente su un registro il numero e la data di rilascio, poi restituisce il documento assieme a un cartellino giallo infilato in una busta di plastica trasparente munita di gancetto a pressione. Ora che è registrato, schedato e pure contrassegnato, monta le scale che conducono nella sala riunioni, ovviamente ubicata sul piano più alto del castello che domina la città.

Una porta separa l'aula dal vano scale, sia mai qualcuno si fermi ad ascoltare dal ballatoio. L'aspirante cittadino modello l'apre con gesto deciso e va a sedersi nello spazio destinato al pubblico. Sta in solitudine. E' l'unico, il solo dei 32521 abitanti ad aver sfidato vento e pioggia, parcheggi pendenti e sbarramenti solo per assistere alla seduta del consiglio comunale. E ora che finalmente è seduto, si accorge che tutti i consiglieri comunali gli voltano le spalle. Non per malacreanza o sgarbo, s'intende, solo perché l'aula è stata progettata così, con lo scopo di avvicinare istituzioni e amministrati, politica e cittadini. Tra i banchi c'è fermento. Tutti, con rare eccezioni, si alzano, parlano, siedono per rimettersi di nuovo in piedi, camminano, escono. Rientrano. Sono smaniosi, animati da un moto perpetuo. Tutto il male non vien per nuocere, pensa il cittadino, almeno chi lo rappresenta non cela il proprio volto.

Se restassero immobili e contegnosi al loro posto, i consiglieri mostrerebbero le proprie fattezze solo sul grande schermo alle spalle della giunta, indistinguibili per effetto della luce che sfoca le immagini, le scurisce e le banalizza rendendo permeabili i toni chiari e aggressivi gli scuri. La voce nel microfono guida la telecamera, che inquadra chi parla. Lei, la telecamera, capisce. Lo spettatore no, l'acustica gl'impedisce di seguire il filo dei ragionamenti. Di cosa parlano? chiede. Dell'osservatorio sulla legalità, risponde il consigliere. Il cittadino osserva che se è così la questione è seria, vuol dire che la criminalità è in agguato e che bisogna correre ai ripari. Macché, replica l'altro, è una mozione di cui si parla da tre anni e che ogni tanto riaffiora. E allora, chiede l'ospite, se è cosa inutile, perché se ne discute? Ragioni politiche, chiude il consigliere.

Serve una pausa di sospensione. Cinque minuti, annunciano. In realtà una quarantina. I consiglieri sciamano oltre la barriera in laminato e doppio vetro che li separa dal pubblico. Fumano. Parlano. Una di loro va in giro con un foglio di carta con su scritto a pennarello un appello a favore dei prigionieri politici saharawi, a uno a uno gli altri se lo portano al petto e posano davanti all'i-phone. Fin da subito il cittadino capisce che le immagini saranno incisive ma sinistre, con quegli occhi fissi sull'obiettivo e quelle mani che reggono il cartello: anch'essi prigionieri politici, ma solo per ragioni di circostanza.

Finalmente si riparte, c'è da decidere sull'osservatorio. Previsione sbagliata. La parola passa a un ospite, che col cartellino bene in vista sul petto sale sul banco della giunta, ringrazia con modi cortesi, distribuisce un paio di omaggi. E parla. Di cosa? Non si capisce. Non si sente. Nemmeno s'intuisce. Le voci rimbombano, il brusio rende indistinguibili le parole. Il cittadino qualunque che vuol diventare cittadino modello guarda l'orologio. È partito da casa tre ore prima, non è arrivato a capo di nulla, avrebbe voluto informarsi su qualcosa e non ci è riuscito. Ha la sensazione di aver capito come funziona, ma pure di aver perso tempo. E se ne va, spinto dal proposito di non tornare più.

@amvalentini

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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