Il dolore
«Ero il numero 55837, non ero Alberto»
La storia di Tranfero: operaio alla Solvay per 37 anni e figlio di Agnese, che preparava i sacchetti del bicarbonato
Intervista raccolta a Rosignano Marittimo da Giusy Giarrusso e Marta Carnevali.
Tu sei di Rosignano?
«Sono nato qui a Rosignano Marittimo nel 1946, però le mie origini sono miste, perché mamma era di Rosignano Solvay ma mio padre veniva dalla Carnia, in Friuli Venezia Giulia ma un po' come Pisa e Livorno, il Friulano è Friulano e il Carniese è Carniese. Là lavorava in una ditta di cemento armato, a Rosignano Solvay stavano ingrandendo lo stabilimento e le famose ditte che lavoravano il cemento armato erano tutte del Nord. A quei tempi alberghi non ce n’erano, e allora cosa facevano, chi abitava nelle case della Solvay dava una camera in affitto a questi operai, e mio papà è andato lì, ha conosciuto questa bella ragazza, perché la mia mamma era bella e si sono subito innamorati. È stato tutto veloce, era il periodo della guerra, mio padre si è licenziato ed è subentrato a mia mamma che lavorava nello stabilimento, perché davano questa possibilità e lei lì ha smesso».
Cosa faceva tua mamma?
«Insacchettava il bicarbonato, già a quei tempi facevano le scatoline del bicarbonato e lei era proprio alla macchinetta del bicarbonato. Mio papà invece è andato direttamente in officina. Com’è stato quel periodo? Ma il guadagno era quello che era, era dura nel dopoguerra portare avanti la famiglia. Io poi non ero una cima; mi piaceva lavorare, mi piaceva guadagnare, e terminato l'avviamento ho fatto due anni di superiore. Poi un professore insisteva a dirmi “tanto ti boccio”, “tanto ti boccio”, un bel giorno mi sono alzato e ho detto “guardi lei non mi boccia perché tanto me ne vado io” e è finita la mia carriera. Dopo un anno di lavoro con mio suocero mi mandarono a chiamare alla Solvay e lì ci fu un po' di conflitto con la mia famiglia perché io alla Solvay non è che c'andassi tanto volentieri».
Come mai?
«Perché lo stabilimento Solvay già a quei tempi aveva una brutta nomea. Poi addirittura mi volevano mandare all'Aniene, che voleva dire cloro, mercurio. Insomma io non ero deciso ad andare alla Solvay. Poi esce fuori mio padre che a quell'epoca si era già ammalato e mi comincia a dire “guarda Alberto la Solvay è pane sicuro, piove, nevica, è pane sicuro!”. Così vado alla Solvay con l’idea che se va male torno nel posto dove lavoravo prima. E alla Solvay era tutto un altro mondo perché insomma, un'industria grande a quella maniera, sei un numero, nessuno ti conosceva nemmeno per nome, io ero il 55837 e me lo portavo sulle spalle, sull'elmetto, da tutte le parti. Ero il 55837, non ero Tranfero Alberto; e di lì è cominciato un po' il dubbio “ci sto, non ci sto,…” Mi misero nel posto peggiore che c'era, la sala 3 dove si produceva il cloro, caldo da morire, odore di cloro che ti mangiava la gola.. “ma resisti, resisti, vedrai che poi piano piano..” insomma pianino pianino pianino mi convinsi, e ci sono stato trentasette anni e mezzo!».
Ma a questa cosa di sentirsi un numero hai fatto l’abitudine?
«Io sono sempre stato un po' ribelle, però avevo un vantaggio, che basta fare il proprio dovere: io le mie cose gliele dicevo ma loro non mi potevano contrapporre niente perché nel lavoro se uno faceva cinque io gli dimostravo che ne avevo fatto sette. Però quando sono entrato io il sindacato non esisteva, così passava il direttore e diceva “quel serbatoio perde” ma perdeva perché era rotto, lui andava dal capoturno e chiedeva chi fosse l’addetto e poi diceva “Tranfero? Due ore di multa perché ha buttato fuori il liquido!” Io andavo dal capoturno e gli dicevo “ma lo sai anche te, perché non gliel'hai detto? non lo vedi, è rotto!” Poi piano piano si è inserito il sindacato, ha cominciato ad avere un pochino di forza allora si faceva le nostre dimostrazioni, chiusure, la famosa fermata generale che le donne piangevano perché era la prima volta che la Solvay non buttava il fumo, tutti i picchettaggi..».
E hai partecipato a tutto?
«A tutte queste cose qui; fino a che poi mi dissero “puoi andare”. La finestra c'era, trentasette anni e mezzo di contributi, parlai con mia moglie e le dissi “senti io non ce la faccio più” poi cominciava a esserci il computer, l'inglese, diventavo matto».
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