Finanza
Non siamo più la capitale del commercio
In un anno hanno chiuso 21 attività e c’è un turnover eccessivo di negozi a bassa qualificazione. Nardi: manca il ricambio
CECINA. Ci sono stati anni d’oro. Anni in cui, nel fine settimana, le famiglie si spostavano dal nord come dal sud della provincia, dall’Alta val di Cecina come dal Livornese o il Grossetano per arrivare a Cecina. Erano viaggi verso una città che riusciva a garantire prodotti che non si trovavano in nessuna altra parte della regione o quantomeno nei centri più importanti. Lungo un’Aurelia – un po’ polverosa e trafficata dalle auto - c’era l’imbarazzo della scelta: cappotti, profumi, alta maglieria, vestiario inglese, selle e speroni. Grazie ai suoi famosi negozi di vicinato, Cecina era un piccolo ombelico nella provincia. E sulla caratterizzazione commerciale modellò i suoi connotati e servizi nel tempo.
La trasformazione. Gli anni ruggenti iniziarono nel primo dopoguerra e sono arrivati a lambire la metà degli anni ’90. Poi, lo scivolone verso l’omologazione, la crisi economica, le chiusure e i nuovi arrivi. Oggi lo scenario economico è sconvolto; Cecina non ha saputo stare al passo con i tempi e i negozi storici, dove le generazioni si passano il testimone, chiudono sotto i colpi delle grandi catene di franchising, schiacciati dal peso delle imposte e dal fiorire dei grandi centri commerciali e dell’e-commerce.
Il vuoto. A intervalli regolari, lungo la passeggiata dissestata dell’area pedonale si alternano vetrine e fondi sfitti, allestimenti e cartelli verdi con le scritte “affittasi” o “vendesi”. Nel centro si trovano sacche un tempo floride e ormai appassite: palazzo Galleria e i suoi locali vuoti, le zone a nord e a sud di corso Matteotti e i vicoli laterali all’area pedonale.
Il calo. Il 2012 è stato un anno ancora più nero. I numeri della Camera di commercio parlano chiaro: rispetto all’anno precedente le imprese attive (su sede fissa) sono calate del 3,70 per cento. Si è passati da 567 a 546 società attive. Un dato peggiore di quello provinciale che parla di una flessione del 2,47 per cento. «A preoccupare non sono tanto le chiusure – dice Roberto Nardi, presidente della Camera di commercio – quanto la mancanza di riaperture. Manca il giusto ricambio».
Turnover. Il vero male, a Cecina, si chiama turnover. È un vortice sempre più veloce e incontrollato che vede chiudere negozi, a volte storici, e riaprirne altri, magari dozzinali e di vita breve. «Spesso con questo fenomeno – dice Nardi – si vanno a perdere le attività a conduzione familiare che da anni curavano il rapporto con la clientela. In prospettiva, si deteriora e spersonalizza il rapporto con l’acquirente. Ormai, l’offerta si basa solo sulla pubblicità, il prezzo e le promozioni». Così è stato dalla metà degli anni ‘90.
La negoziante. Rimpiange «le attività storiche che erano la vera forza di Cecina». Catia Giannoni è presidente del centro commerciale naturale e commerciante da una vita. Guarda ai tempi ruggenti con nostalgia e pensa che il Ccn sia «la strada giusta per fare sistema contro la crisi». «In troppi stanno prestando il fianco – dice - e chiudere un’attività dopo 40-50 anni è dura, ci sono rapporti stretti e storie di vita in un negozio. La colpa? Da una parte la pressione fiscale, dall’altra i nuovi competitor come i grandi centri e le città emergenti, tipo Pontedera che si stanno facendo sotto. Per fortuna uno zoccolo duro di clientela resiste perché il commercio è nel dna della città, ma se non riusciamo a diversificarci e non lavoriamo insieme siamo finiti».
Le attività. Eppure, come ha evidenziato la Confcommercio Toscana qualche settimana fa, le partite Iva anche in questo periodo di crisi, sono in costante aumento. È il segno che, in mancanza di lavoro, in molti sperano comunque di alzare la testa con l’apertura di un negozio. E per questo, anche in città, il numero delle attività resta importante: «Cecina è caratterizzata ancora da una rete commerciale di elevata qualità e da un’offerta diversificata», dicono dall’ufficio commercio del Comune. A oggi, sono 758 le piccole attività, 46 le medie strutture e 2 le grandi strutture. Sono attivi: 350 negozi di abbigliamento, 70 parrucchieri, 30 estetisti, 3 tatuatori, 17 tabaccai, 17 sale giochi, 186 esercizi di somministrazione di alimenti e bevande.
Diversificare. «Cecina è molto diversa rispetto agli anni Ottanta. L’avvento della grande distribuzione ha cambiato la fisionomia della città – dice Paolo Biasci di Confesercenti – dove un tempo c’erano macellerie, negozi di frutta e verdura o abbigliamento, oggi non c’è più niente. La soluzione per sopravvivere è la specializzazione nei prodotti venduti, soprattutto nel vestiario. Dall’altra parte, con la chiusura del corso Matteotti abbiamo assistito al fiorire di attività che meglio si sposano a un’area pedonale, come bar e gelaterie. Però il vero male di oggi è il turnover: la chiusura e la riapertura vorticosa dei negozi è il sintomo di una crisi sempre più profonda».
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