Sicurezza
«Diamo una terra da coltivare ai bisognosi»
Le interviste di Natale/1. Don Reno: il volontariato, gli obiettivi della Casa di accoglienza e un sogno
CECINA. Inizia con questa intervista una serie di incontri con i personaggi che operano a vario titolo sul territorio. Don Reno Pisaneschi, castagnetano d’origine, prete da una vita, ex cappellano dell’ospedale, protagonista attivo del volontariato locale e fondatore della Casa di accoglienza.
Don Reno, qual è la situazione del nostro territorio sul fronte dell’impegno sociale?
«Non voglio essere pessimista fino al punto di vedere tutto buio, ma non si può dire che il cielo sia sereno. Il volontariato è lo strumento dell’amore verso l’altro e purtroppo non dà segnali positivi. Va avanti il detto "ognuno per sé e Dio per tutti", pronti però a criticare i mali che i mass-media ci offrono ogni momento. Gesù però ci ha insegnato che se vogliamo essere veri uomini a tutto tondo non possiamo non sentirci responsabili della storia: ciascuno ne è autore per la sua parte e con le proprie capacità».
Cosa avrebbe potuto fare la Casa di accoglienza in questo ultimo anno e cosa invece non ha potuto fare?
«La risposta parte da lontano. La Casa accoglienza è nata nel giugno 1984 per dare un aiuto a coloro che passando da Cecina stendevano la mano in segno di attenzione, da qualunque parte provenissero. L’amore dei volontari è stata la risposta per sovvenire ai bisogni degli ospiti con le capacità, troppo spesso molto limitate, che avevamo. Moltissimi casi hanno segnato la nostra storia; a oggi ne abbiamo annotati oltre 3.800 provenienti da ogni parte del mondo. Alcuni, una venticinquina, li abbiamo potuti risolvere e altri invece ci hanno lasciato con forti interrogativi per l’impossibilità di arrivare fino alla radice del male».
I vostri propositi per l’anno nuovo e l’augurio per queste prossime festività?
«Un ripensamento radicale per tutta l’attività. Chi arriva o da noi spesso ha il bisogno di riconquistare l’indipendenza e la libertà personale per sottrarsi dall’elemosina. Personalmente vedrei una donazione di un terreno con casolare, anche da risistemare, con campi di lavoro per ospitare i bisognosi e avviarli alla coltivazione della terra. Far loro gustare nuovamente la grandezza e bellezza di essere ancora uomini sarebbe per me un sogno grande. Io però sono vecchio e solo con pochi amici, non possiedo niente. Lancio solo l’idea. Rimbocchiamoci le maniche. I lustrini e le luci natalizie invitano alla speranza che non muore mai. Auguri a tutti gli uomini di buona volontà».
Gabriele Bibbiani
©RIPRODUZIONE RISERVATA
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