Attenzione
Due condanne per la morte di Bellagotti
Operaio schiacciato da una benna. Battaglia in aula, poi la sentenza: 1 anno e 8 mesi al titolare della ditta e al capocantiere
ROSIGNANO. Era un autista, non un manutentore. E non importa se la ditta aveva fatto molto in tema di sicurezza. Non importa se aveva ottenuto quelle certificazioni. Non importa nemmeno se quell’operaio era così bravo e disponibile da rischiare (e perdere) la propria vita.
Quel che importa è che non era dove avrebbe dovuto. Soprattutto non era lì per colpa sua: ma perché così funzionava. Questo ha detto in sostanza il pm Antonella Tenerani e questa è la linea che ha prevalso sulle accorate difese degli imputati. Il processo per la morte di Francesco Bellagotti, l’operaio schiacciato dalla pala di una ruspa quattro anni fa in un piazzale della Solvay, si è concluso con la condanna a un anno e otto mesi per omicidio colposo del titolare della ditta, Giulio Galletti, e del capo cantiere Roberto Ferri (il pm aveva chiesto 2 anni e 8 mesi). Il giudice Elsa Iadaresta si è presa 90 giorni per la motivazione.
Il dispositivo è stato letto alle 17 al termine di un’udienza combattutissima. In aula entrambi gli imputati, il padre e le sorelle della vittima, altri familiari, molti amici.
Dopo la requisitoria del pm, le conclusioni degli avvocati di parte civile Federico e Gianclaudio Pazzaglia, le arringhe dei difensori Alberto Uccelli (Ferri) e Salvatore Salidu (Galletti), tutti hanno replicato. Tutti. Accusa e parte civile per ribadire che la vittima non avrebbe dovuto essere sotto quella benna a smontare un tubo, che il capocantiere non avrebbe dovuto impartire quegli ordini e che il datore avrebbe dovuto non solo formare ma anche addestrare i propri operai. Anzi, avrebbe dovuto far riparare i propri mezzi da officine o quantomeno manutentori veri e propri, e non da autisti, esperti o meno.
I difensori hanno cercato di spezzare i nessi di causalità, di sottolineare i punti controversi delle indagini, hanno fatto leva su alcune testimonianze contraddittorie: in particolare quella del testimone oculare e collega della vittima, Benedetto Galici, per concludere che Bellagotti in effetti non avrebbe dovuto essere sotto quella benna. E quindi? E quindi fu colpa sua. L’avvocato Salidu in realtà ha usato un giro di parole ( «difficoltà percettiva del pericolo») ma neanche questa formula ha evitato un brusio in aula. Il giudice però ha accolto la linea dell’accusa dichiarando quindi che Francesco Bellagotti, 32 anni, la sera del 14 novembre 2008 non morì per colpa sua.
Quella sera la vittima era insieme a Galici, collega più anziano ma non più esperto. Stavano sistemando un Caterpillar che perdeva olio da un tubicino che ha un attacco sotto la cabina di guida (bloccato da 4 viti) e l'altro sotto la benna, anche questo coperto da un pannello con 4 viti. Stando a quanto è stato confermato al processo, Galici aveva segnalato il guasto al capocantiere sin dal mattino. Ferri dapprima rispose di finire il lavoro, sciacquare la ruspa e parcheggiarla. Poi andò sul posto insieme a Bellagotti. Ferri disse a Galici di aiutare Bellagotti a smontare il tubo. Galici non ci riuscì, Bellagotti gli disse che ci avrebbe pensato lui, come aveva fatto altre volte. La benna fu alzata, Bellagotti vi andò sotto per svitare i bulloni. Fu travolto e ucciso.
Si è discusso molto del manuale d'uso (che era sotto il sedile dell'escavatore)e del manuale di service.
Per concludere che qualsiasi intervento all'impianto oleodinamico non rientra nelle mansioni degli autisti.
@a_degregorio
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
