Trasporti
Matteoli, il processo finisce per sempre
L’avvocato Consolo: «Non s’aveva da fare...». Il pm: «Scandalizzato dalla Consulta». Il giudice: «Non luogo a procedere»
CECINA. Una battuta in stile manzoniano dell’avvocato Giuseppe Consolo ha sintetizzato e anticipato le conclusioni del giudice: «Questo processo non s’aveva da fare». E così è stato, dopo sei anni di eccezioni, polemiche, ricorsi e tre ordinanze della Corte costituzionale.
Stiamo parlando del processo nei confronti dell’ex ministro Altero Matteoli, accusato di favoreggiamento nell'ambito di Elbopoli (nell'agosto 2003 Matteoli avrebbe rivelato al prefetto di un'indagine sullo stesso Gallitto per un giro di appartamenti concessi a prezzi di favore).
Una formalità, la sentenza di ieri del giudice Carlo Cardi, che ha anticipato la prescrizione e lasciato un buco normativo grande così. É l’unico punto in cui si sono trovati d’accordo accusa e difesa: la Corte costituzionale non ha definito con chiarezza la natura del reato, cioè se ministeriale o di diritto comune. Ieri il pm Massimo Mannucci ha usato un tono composto ma parole forti: amarezza, delusione, scandalo: «Questa seconda decisione della Consulta è un ostacolo per il cittadino. Qui era in gioco l’articolo 3 della Costituzione, quello sull’uguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge».
L’avvocato Consolo si è detto deluso lui stesso per le considerazioni del pm: «Il giudice delle leggi, come chiamiamo la Corte costituzionale, ha posto la parola fine su questa vicenda ribadendo un punto fondamentale: la legge non ammette deroghe. Per giudicare un ministro serve l’autorizzazione. La magistratura non può sostituirsi al legislatore».
Mezz’ora di camera di consiglio, poi il giudice Carlo Cardi ha sentenziato: non luogo a procedere nei confronti di Matteoli. Tutto finito, dunque, dopo un braccio di ferro durato sei anni tra il pool di avvocati diretti da Consolo, magistratura e Parlamento. Consolo nel maggio 2007 riuscì subito a bloccare il processo grazie alla Camera (all'epoca Matteoli era deputato) che rimise la decisione alla Corte costituzionale. Il 24 luglio 2009 la Consulta stabilì che gli atti avrebbero dovuto essere trasmessi alla Camera e il 28 luglio la Giunta delle autorizzazioni negò l'autorizzazione a procedere contro Matteoli, decisione ratificata in aula il 28 ottobre.
Il 19 dicembre a Cecina il tribunale (giudice Antonio Del Forno) ammise che la Camera dovesse essere consultata ma contestò la parte in cui la giunta definì i comportamenti ascritti a Matteoli «di carattere ministeriale e posti in essere per il perseguimento di un preminente interesse pubblico nell'esercizio delle funzioni di governo». Così il giudice accolse la richiesta del pm Antonio Giaconi ordinando la trasmissione degli atti alla Corte costituzionale per conflitto di attribuzioni.
Il 7 giugno 2010 la Corte dichiarò ammissibile il ricorso. Ma stavolta a complicare le cose ci si mise l’Unep (l’ufficio notifiche esecuzioni e protesti) della Corte d’appello di Roma che perse tempo nelle notifiche. E così, il 21 novembre 2011, la Corte dichiarò improcedibile il ricorso restituendo gli atti al tribunale di Cecina.
Il 2 marzo scorso il tribunale cecinese (giudice Carlo Cardi) reiterò il conflitto di attribuzione alla Consulta per chiarire una volta per tutte se il reato fosse ministeriale o meno. Il 4 luglio la Consulta decise, ancora una volta senza entrare nel merito ma limitandosi a dichiarare inammissibile il ricorso perché costituiva «sostanziale riproposizione del conflitto già dichiarato improcedibile per tardività del deposito degli atti».
Un doppio verdetto che ha di fatto anticipato la sentenza di ieri.
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