Il Tirreno

Il capannone-discarica? È ancora lì

di Alessandro De Gregorio
Il capannone-discarica? È ancora lì

Ora ha un proprietario i cui piani però sono saltati e la bonifica (plastica e amianto) non parte da sette anni

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MONTESCUDAIO. Il capannone-discarica è ancora lì. Da sette anni. Ora è in vendita. Il nuovo proprietario voleva farne un magazzino in cui stoccare i binari dismessi dalle Ferrovie di Stato per rivenderli alla Lucchini. Poi sono saltati i piani delle Fs, le acciaierie piombinesi sono in crisi nera e quel rudere inquinante gli è rimasto in mano come il più classico dei cerini.

Vincenzo Aversano, imprenditore pratese, è l'uomo col cerino in mano. Ha pagato 160mila euro per l’immobile, deve sborsarne molti altri per bonificarlo e liberarsene.

Il capannone industriale è quello di Poggio Gagliardo, l'ex bowling diventato deposito di prodotti per la casa e poi messo sotto sequestro dalla magistratura dopo essere stato distrutto da un violento incendio nell'estate del 2005.

Siamo tornati a occuparcene spinti dalle numerose segnalazioni degli abitanti, che parlano di un viavai di camion e si preoccupano (parecchio) per l'amianto. I camion, dicono, fanno la spola avanti e indietro anche di notte. Eppure la bonifica non è ancora iniziata. L'eternit è ancora lì, mischiato alle montagne di rifiuti che vennero alla luce dopo una nostra inchiesta di alcuni anni fa. Era il febbraio 2008 quando andammo a ficcanasare dentro quel magazzino. C'erano centinaia di flaconi (molti vuoti ma non tutti) di acido cloridrico muriatico. C'erano rifiuti di ogni genere. E c'erano pezzi di eternit, appunto.

Era tutto abbandonato lì dalla sera del 16 luglio 2005 quando un incendio divorò l'azienda Risparmio Srl di Antonio Mondini mettendo anche a repentaglio il vicino magazzino di prodotti farmaceutici e il supermarket Dico. Quel capannone di 600 metri quadrati era già diventato una discarica di materiale pericoloso per la salute pubblica.

L’immobile era passato sotto la curatela fallimentare, alla quale il sindaco Aurelio Pellegrini chiese più volte la bonifica e un piano di caratterizzazione. Il curatore Sergio Volterrani si oppose alle ordinanze del sindaco ed ebbe ragione davanti al Tar, che il 21 gennaio 2011 stabilì il principio secondo cui «la curatela fallimentare non può essere destinataria di ordinanze sindacali dirette alla bonifica di siti inquinati, per effetto del precedente comportamento commissivo od omissivo dell'impresa fallita». Così il Tar respinse il ricorso del sindaco.

Tornando al'epoca della nostra inchiesta, in quei giorni di si aprì anche l'asta. Il prezzo dell'immobile fu fissato su una base di 240mila euro. Ma in tribunale, a Livorno, non si presentò nessuno per un anno; fino al 10 giugno 2009 quando Aversano acquistò il capannone e si assunse l'onere di bonificarlo.

Il piano di Aversano era semplice. Avendo già in mano contratti con le Fs per il recupero di materiali ferrosi e con la Lucchini per la fornitura dello stesso materiale da fondere nel convertitore, il pratese aveva bisogno di stoccare dalle nostre parti. Le Fs infatti avevano previsto un aumento di lavori sulla tratta Roma-Torino, c'era da smaltire parecchio ferro e i camion di Aversano non potevano trasferire tutto il materiale direttamente alla fabbrica. Serviva un punto di riferimento logistico e Cecina sembrava l'ideale. Così, venuto a sapere che all'asta c'era un capannone che poteva fare al caso suo, Aversano lo acquistò. La cifra era scesa da 240 a 125mila euro, anche se con gli oneri e l'Iva il pratese dovette sborsarne 160mila. Per la bonifica ne sarebbero serviti altri 60mila, ma i soldi sarebbero stati ammortizzati in fretta grazie al business. Previsioni azzerate dalla realtà.

Ieri l’imprenditore non era reperibile. La moglie, al telefono, conferma che ora l’obiettivo è la vendita.

Ma prima c’è da bonificare.

Sappiamo che Aversano due anni fa (il 6 marzo 2010) si era rivolto a una ditta di smaltimento di Santa Croce sull'Arno, la Ecoisol: emerge da una comunicazione dell’Asl al Comune. Aversano aveva contattato anche l'ingegnere cecinese Luciano Lorenzini perché si occupasse del piano di bonifica. Pure Lorenzini conferma, ma dice anche che «non ho più saputo niente».

Così quella che doveva essere una soluzione si sta rivelando un problema ancora più grave. Perché di anni ne sono passati sette e l'unica misura adottata contro una potenziale bomba ecologica sono state le recinzioni. É ancora tutto lì.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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